Zygmut Bauman e la fine del mondo al Centro Pecci di Prato

“Fa un certo effetto sapere che la Luna si sta allontanando di tre centimetri e mezzo all’anno dal nostro pianeta. Questa notizia deve avere sorpreso anche Italo Calvino, se lo scrittore decise di dedicarle una delle sue prime Cosmicomiche. Oggi, la distanza del nostro satellite è ancora ragionevole: 380.000 chilometri circa, ma in qualche milione di anni… chissà? Sfuggita all’orbita terrestre la Luna si allontanerà indefinitamente nello spazio…” (Fabio Cavallucci)

Pensare che la luna possa un giorno non esserci più, mi riempie di angoscia. A chi si ispireranno i poeti e gli innamorati per i loro versi? E’ proprio una pallida luna che si staglia dietro la grande navicella spaziale che ospita il Centro Pecci a Prato. Una pallida luna che c’è da sempre. Già, da sempre! Noi, specie umana, abbiamo questa strana percezione che tutto sia iniziato con noi e, probabilmente, con noi finirà. Certo, non ci manca la consapevolezza che c’è stata la grande esplosione del Big Bang, che ci sono leggi scientifiche dietro la formazione dell’universo, delle galassie, del nostro sistema solare e, anche, dell’incredibile concomitanza di eventi che un giorno fece nascere la vita. Da quei primi cianobatteri, la vita si è talmente diversificata e specializzata fino ad arrivare all’uomo. Noi, si noi, veniamo dopo tutto questo. Una minuscola frazione di tempo e di spazio nella storia del universo e del nostro pianeta che, poi, non è nemmeno tanto nostro a pieno diritto.

Molti scienziati hanno già fatto ipotesi sulla fine del mondo. Alcuni in modo scientifico altri in modo fantastico. In ogni caso tale fine è molto lontana da noi, nel senso che tutti noi, che siamo qui oggi, saremo morti e dovrà essere qualcun altro a preoccuparsi della fine vera. Eppure il sentimento comune è che stiamo attraversando, in qualche modo, una fine. A questa fine fa riferimento la mostra del Centro Pecci di Prato intitolata La fine del mondo.

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Visto che avevo scoperto, per caso (certo che il caso, chiunque esso sia, è proprio bravo a fare le cose) che il 4 novembre il Centro Pecci avrebbe ospitato una conferenza del Prof. Zygmut Bauman, ho deciso che avrei unito la visita della mostra all’ascolto delle parole di quest’uomo considerato uno dei più grandi pensatori del nostro tempo. Il suo discorso comincia con le parole “futuro” e “progresso”. Scommetto che stai pensando “ah beh! Gli piace vincere facile…”. Devo deluderti, non è così. Il caro professore distrugge il comune sentimento su queste parole quasi subito. L’uomo, dall’australopiteco in poi, ha sempre riversato sul futuro un’aspettativa di miglioramento: una vita migliore, più soldi, una casa più bella, una cura per la mia malattia… Oggi, invece, per la prima volta nella storia dell’uomo ci troviamo ad affrontare un futuro che si prospetta peggiorativo rispetto al passato. Questo fatto ci sconvolge e ci fa tremendamente paura. D’altra parte il progresso in cui avevamo investito la maggior parte delle nostre energie e risorse ci ha lasciato una terra inaridita, un’economia fallimentare e una solitudine profonda.

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L’uomo sta vivendo il periodo di maggior benessere della sua storia, eppure la paura di perdere tutto pervade l’anima e lascia spossati ed inermi di fronte alle vicende della vita. Non dobbiamo solo confrontarci con ciò che abbiamo creato noi con l’industrializzazione, la globalizzazione, la comunicazione e lo sfruttamento indiscriminato delle risorse ma anche con gli altri eventi che stanno caratterizzando il nostro tempo e in cui non riusciamo, almeno all’apparenza, a trovare le nostre responsabilità. Una di queste è la grande migrazione di massa che sta spostando genti e culture in tutto il globo terrestre e che sta creando delle specie di correnti convettive che andranno a rimescolare tutto ciò che noi conoscevamo e che ci dava sicurezza. Per quanto possa non piacere, per quanti muri si possano costruire, per quante leggi si possano scrivere questa migrazione non si fermerà. Un giorno ne parleranno i libri di storia, come già è capitato con le altre migrazioni umane. Quelle migrazioni che hanno spinto il primo uomo dall’Africa verso le altre terre. «Ma questa migrazione fa più paura» dice Bauman «perché non si tratta di una migrazione di guerra e conquista, ma una migrazione di assimilazione. Il termine è preso in prestito dalla biologia e con esso si intende il processo di sintesi attraverso il quale gli organismi trasformano gli elementi che assorbono nella loro sostanza.”. Al sentirglielo dire mi è venuto mal di stomaco! Non è che sia proprio una bella cosa pensare di essere fagocitati e digeriti. Io, per prima, mi rendo conto che si tratta di un processo di trasformazione che non ucciderà ma trasformerà per sempre il nostro mondo in qualcosa di diverso. E’ sempre accaduto, d’altronde, ce lo ha detto Darwin, ce lo dice il principio di conservazione dell’energia (l’energia non si crea né si distrugge ma si trasforma) e allora perché siamo così spaventati? Perché abbiamo tanta paura e ci ancoriamo al passato per non cambiare per non guardare avanti? Secondo Bauman il problema risiede nel libero arbitrio. Per quanti modelli matematici vengano creati, in grado di indicare dove sarà la popolazione tra vent’anni, su cosa dovrebbe puntare l’economia, quali materie studiare, quali sono le professioni che serviranno, eccetera, eccetera… Sopra tutto questo c’è il libero arbitrio. L’uomo può scegliere e potendo scegliere può anche non rispettare queste previsioni e questi modelli e allora che si fa? «Bella domanda… non lo so!» risponde il professor Bauman. La platea fa “ahi” in coro. Se non lo sa il più grande sociologo, filosofo e studioso dei meccanismi della nostra epoca, noi come possiamo fare? Eccola la risposta, insita nello sgomento stesso degli astanti: nessuno ci dice dove andiamo, nessuno lo sa, nessuno sa cosa si deve fare per stare meglio. «Non si possono fare profezie. La storia è un prodotto combinato delle scelte umane. Affidarsi ad altri per risolvere i problemi è solo un modo di abdicare la nostra vita.» Continua Bauman ed io mi sento sempre più in bilico. Mi sento un equilibrista sul filo, incerta se procedere rischiando di cadere o rimanere immobile per sempre ad aspettare, in quel punto, che la mia vita finisca. Aspettare senza vivere, aspettare con la paura di sbagliare, aspettare…

Il professore è anziano, si schiarisce la voce e tossisce spesso. Prima di rispondere alle domande si riposa un attimo, si siede. Eppure niente in lui fa presagire una persona impaurita. Ascolta con attenzione le domande, si scusa per la performance un po’ scadente… la sua mente, la curiosità, l’intelligenza, la voglia di capire non sembrano sinonimo di paura. Non in lui almeno o non all’apparenza.

Uno scroscio di applausi accompagna la sua uscita di scena. Quest’uomo ci ha regalato spunti di riflessione importanti questa sera. Rimango seduta a lungo ,fino a quando non c’è quasi più nessuno nell’auditorium, poi mi avvio verso la mostra. Mi accingo ad affrontare il “viaggio” dentro La fine del mondo.

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La mostra curata da Fabio Cavallucci in occasione della riapertura del Museo Pecci, dopo il completamento avveniristico della struttura che è diventata una sorta di navicella spaziale in grado di farci viaggiare attraverso l’arte e attraverso il tempo, è qualcosa da non perdere assolutamente. Tutta la superficie espositiva è interessata dalle opere di vari artisti o, forse, è tutta un’opera unica: la struttura, i visitatori, la musica, i suoni, le immagini, le opere. Sembra di fluttuare in un tempo liquido senza forma in cui le emozioni si sovrappongono al significato delle opere. Come un’onda che viene e va ci si allontana dal nostro tempo guardandolo da lontano, da un futuro ignoto, per poi riavvicinarci e rassicurarci, ma subito dopo ci si allontana di nuovo e si perde il senso di sicurezza in un vortice pompante come un cuore pulsante.

Nella società dell’effimero (“liquida” come la definisce Bauman) tutto tende a consumarsi in fretta, a dissiparsi. Un attimo prima c’è e dopo è scomparso e non siamo nemmeno sicuri che ci sia mai stato. I rapporti sociali sono vaghi, incerti e privi di connotazione. Le comunicazioni sono rapide e dirette. I legami hanno perso il romanticismo del sogno e vanno consumati in fretta sennò marciscono. I prodotti si devono acquistare per forza ma diventano obsoleti subito dopo. I partiti si trasformano, cambiano nome, colore e bandiera lasciando uno Stato confusionale come dopo un forte shock. Siamo anche noi acqua, liquidi liquefatti in cerca di solidità. Forse non era proprio questo che intendeva Bauman ma, come lui, vorrei prendere in prestito dalla biologia: si ha un passaggio di stato da fluido a solido quando si abbassa la temperatura e le particelle occupano uno spazio ordinato nel reticolo cristallino; la trasformazione parte da piccoli nuclei che hanno cominciato a cristallizzare e pian piano attirano a sé altri atomi. Dobbiamo, forse, riprendere contatto con noi stessi, calmarci, “raffreddarci”, costituire piccoli nuclei che poi ne attirino altri in un processo di trasformazione in grado di costruire un nuovo futuro?

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