X agosto

10 agosto. Il cielo si riempie di stelle cadenti. Fuochi fatui, lacrime della galassia, magie notturne, desideri che vengono affidati… a chi? al nostro cuore in primo luogo e poi al nostro cervello che si adopera per realizzarli.

Più ne cadono è meglio è. Più il cielo si colora di strisce luminose, più il cuore si riempie di speranza… E se non fosse vero? Poco importa, l’importante è provarci e crederci.

Quelle meteore che si incendiano incontrando la nostra atmosfera non avranno il potere di realizzare i desideri, però sono così belle che sono riuscite ad ispirare poesie e canzoni. Piovono dal cielo, riempiono la notte, cadono nel mare… si perdono nel mare della vita. Il mondo è fatto di eventi. La vita è fatta di accadimenti non di cose. E, talvolta, una stella che cade coincide con un evento che non ti aspetti, che non sai nemmeno come affrontare, che ti lascia sgomento. Che stravolge l’orbita della tua vita e, per quanto tu possa sforzarti, non riuscirai più ad entrarci in quell’orbita originaria. Sarai un pianeta deviato per sempre, che si allontana dalla terra…

C’è una poesia che ho sempre amato moltissimo. Una poesia triste e nostalgica. Una poesia scritta da Giovanni Pascoli che a dodici anni, il 10 agosto, perde il padre: viene ucciso, non tornerà mai più, portava due bambole in dono… E’ un evento traumatico a cui la famiglia non era preparata. Ci si può preparare ad affrontare la morte dopo una lunga malattia o per la vecchiaia. A dodici anni, però, è difficile essere pronti ad affrontare la perdita di un padre, la perdita di colui che deve essere un riferimento, un modello nella crescita. Cresce insieme alle donne Giovanni, madre e sorelle. Diventa un poeta decandente. Scrive ciò che sente della vita, scrive della natura che piange per la crudeltà dell’uomo inondandolo d’un pianto di stelle…

 

X agosto

San Lorenzo, io lo so perchè tanto

di stelle per l’aria tranquilla

arde e cade, perchè sì gran pianto

nel concavo cielo sfavilla.

 

Ritornava una rondine al tetto:

l’uccisero: cadde tra spini:

ella aveva nel becco un insetto:

la cena deì suoi rondinini.

 

Ora è là, come in croce, che tende

quel verme a quel cielo lontano:

e il suo nido è nell’ombra, che attende,

che pigola sempre più piano.

 

Anche un uomo tornava al suo nido:

l’uccisero: disse: Perdono;

e restò negli aperti occhi un grido;

portava due bambole in dono.

 

Ora là, nella casa romita,

lo aspettano, aspettano in vano:

egli immobile, attonito, addita

le bambole al cielo lontano.

 

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi

sereni, infinito, immortale,

oh! d’un pianto di stelle lo inondi

quest’atomo opaco del Male!

 

La foto è stata scattata alle Maldive da Carola Freschi.

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