Se una donna dice basta

Non una, ma milioni di donne stanno dicendo basta. Basta alla violenza, basta alle botte, basta al possesso. Ci siamo stancate!

In cima al corteo che ieri ha colorato le strade di Roma compare questo cartello: #Non una di meno’. Questo slogan, secondo Tatiana Montella, «significa che non siamo più disposte a perdere una sola donna a causa della violenza da parte di un uomo. Ma vuole anche dire che non intendiamo lasciare nessuna da sola, di fronte alle violenze che subisce».

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I miei primi approcci sulla differenza di genere risalgono alla prima elementare. Frequentavo il catechismo, ci andavo molto volentieri perché c’erano tutti i miei compagni di classe ed era quindi anche un’occasione di svago. Gli incontri erano tenuti da una ragazza che aveva sedici o diciassette anni. Era simpatica e molto appassionata in quel suo primo ruolo da insegnante. Mi ricordo che una delle sue prime lezioni fu Adamo ed Eva. Ci spiegò che Adamo era stato creato dalla terra, madre di tutte le cose. Successivamente il creatore, per fargli compagnia, creò tutti gli animali e, infine, poiché questi non erano sufficienti creò anche la donna traendo una sua costola. Un bambino disse: «gli avrà fatto male!». « No» rispose la nostra catechista «lo fece perché lui potesse amarla come amava ogni altra sua parte».

La catechista era molto carina e romantica, non si rese certo conto che quelle tre lettere messe insieme, SUA, suonavano come un diritto divino a possedere la donna che si ama, come si possiede una parte del proprio corpo, appunto.

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E’ chiaro che, anche, attraverso le narrazioni si costruiscono i pregiudizi. Si costruisce una cultura in cui l’uomo è proprietario di una cosa e questa cosa è la “SUA DONNA”. Si costruisce una cultura in cui la donna realizza la propria identità solo se diventa sposa e madre, se accoglie l’uomo, lo sostiene, lo incita, gli fa compagnia… Ma se di fare queste cose non ne ha voglia, magari non perché non è innamorata, ma semplicemente perché impegnata ad amare se stessa e a non lasciarsi sopraffare, cominciano i guai.

Secondo l’Eures (Istituto di ricerche economiche e sociali), sono 116 i femminicidi dall’inizio dell’anno. La regione Lombardia detiene il primato del maggior numero di femminicidi, pari a 20, quest’anno. Sarebbero 1740 le donne uccise negli ultimi 10 anni, di cui 1251 in famiglia, 846 all’interno della coppia e 224 per mano di un ex. Non so se sia il numero esatto, ormai ho perso il conto.

Lo sappiamo che questi uomini non sono mostri ma che si tratta di un problema culturale. Lo sappiamo che non sono fragili, folli, vittima di raptus ma figli di una cultura che fa pensare alla donna come ad un oggetto di proprietà e non libera di scegliere con chi vuole stare.

Queste donne cercano, evidentemente, di uscire da un rapporto relazionale infelice in cui, spesso, molto prima della morte trovano violenze di tutti i generi, psicologica, economica… spesso sono botte, ogni volta che lui è nervoso, che lei dice qualcosa di sbagliato, che lei è… semplicemente LEI. Poi lui si scusa, dice “Ti amo”, chiede “perdono”, dice “non succederà mai più” e lei? Cosa fa lei? Preferisce credergli, perché è difficile sapete, molto difficile dire a se stesse di essersi innamorate di un uomo “sbagliato”, di averci fatto dei figli… di essere vittime. Non piace a nessuno sentirsi vittima. Ci si vergogna ad ammettere una cosa del genere. Qualche mese fa ho conosciuto una ragazza, una ragazza con dei grandi occhi blu, con due figli ed un grande amore: il loro padre. Mi ha detto “vedi non era tanto quando mi picchiava che mi faceva male, era soprattutto quando mi diceva che non valevo nulla, che il mio stipendio era una miseria, quando mi diceva di stare zitta perché non capivo nulla, perché non leggevo abbastanza, perché non ero come lui. Era meglio quando mi picchiava che quando parlava… faceva meno male!”. Mi ha detto questo, quella ragazza dagli blu, e io ho pianto insieme a lei e mi sono chiesta che adulti saranno i suoi bambini che hanno vissuto tutto questo?

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Perché insieme al dramma delle donne vittime di violenza c’è quello dei loro figli. Sia di quelli che hanno perso la madre per colpa del loro padre o di un compagno, che di quelli che sono cresciuti in questi ambienti. Vedete, io non ci credo che tutto accade all’improvviso, che quella era una gran brava persona, che era una famiglia perfetta. Ma capisco quanto sia difficile ammettere che, sotto la giustificazione del troppo AMORE, non ci si senta libere. Perché la mancanza di libertà di vivere la nostra vita come vogliamo, di essere ciò che siamo, di vestirci, di parlare è, forse, la violenza più grande e in questa libertà ci deve “stare” anche la possibilità di uscire da un rapporto che non va più bene.

E’ chiaro che il fenomeno è dilagante, si espande come un fiume in piena, distrugge ciò che trova senza distinzioni di classe sociale, livello culturale o area geografica. Sembra che niente e nessuno riesca a fermare questa onda d’acqua carica di rifiuti. Eppure qualcosa si può e si deve fare. E allora diciamo tutti insieme “basta”. Basta anche alle parole vuote, basta alle speculazioni politiche sul fenomeno, si devono fare azioni concrete mirate ad una nuova educazione culturale.

Falcone parlando della mafia diceva:  “la  mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave, che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni.”

Oggi tanto è stato fatto contro la mafia, sebbene ancora ci sia da fare e allora, io oggi vorrei che facessimo nostre queste parole. Vorrei che ci rendessimo conto che la violenza di genere è un fatto terribilmente serio che riguarda tutti, che le donne non possono essere lasciate sole in questa battaglia e infine che le “istituzioni” chiamate a combattere sono tutte: Siamo tutti noi, tutte le madri, tutti i padri, tutti gli insegnanti… tutti siamo chiamati a combattere questa guerra per un cambiamento educativo vero che parta dal primo giorno di vita di ogni essere umano fino a quando una rosa sarà apprezzata solo per la sua bellezza e non perché ricorda una vittima di femminicidio.

In evidenza opera di Rossella Baldecchi

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