Le intermittenze della morte

“Il giorno successivo non morì nessuno”

Il romanzo di Jose Saramago mi è capitato tra le mani per caso, mentre cercavo un po’ di frescura in libreria dal tremendo caldo agostano e “sniffavo” la mia droga preferita: la carta stampata.

In copertina (della mia edizione Feltrinelli) c’è una simpatica “morte” che se ne sta, seduta su una panchina, con un mazzo di fiori (rossi) in mano. So che sembrerà strano, eppure quest’immagine mi ha fatto pensare a Forrest Gump. Seduto sulla panchina, con un dono in mano, anche lui aspetta qualcosa (un autobus) che non gli serve veramente, e cosa fa? Cerca di rimettere in ordine tutti gli eventi della sua vita che lo hanno portato fino a quella panchina. Lo fa con le sue capacità ridotte, che ci sembrano buffe e ci fanno ridere, ma siamo davvero sicuri di averne di superiori quando si tratta di capire la nostra vita e ciò che abbiamo fatto per giungere sino a “qui”?

Così è la morte, con la minuscola mi raccomando, perché la “Morte quella con la maiuscola è tanto assoluta i cui effetti non possiamo neanche immaginarli”. Dicevamo, così è la morte, anche lei cerca di comprendere come mai per la prima volta da quando ricopre il ruolo di morte umana, cioè da quando esiste l’uomo, ha fallito.

Ma cominciamo dall’inizio: quel giorno non morì nessuno, perché la morte sentendosi troppo crudele a far morire tutti così, all’improvviso, aveva deciso di smettere di lavorare. Ah, che bello, direte voi? Eh no, non è proprio così. Conquistata finalmente l’immortalità, grazie alla morte che non voleva più saperne, l’uomo che ha fatto? Ha cominciato a preoccuparsi di cose pratiche, come gli è solito. Intanto, il primo problema, è stato quello della chiesa. Si sa, la chiesa è cosa da vivi, serve a loro per prepararsi alla morte. Ma se la morte non c’è più? Qui lascio rispondere a voi…

Poi, tutta l’industria delle pompe funebri per esempio, come avrebbe vissuto? Che grande perdita economica! Come avrebbero mangiato o comprato i beni necessari alla sopravvivenza? Che poi questa frase non sarebbe nemmeno più servita. Però ora a maggior ragione che non si moriva più e la vita era infinita sarebbe servito più cibo, più scarpe, che ne so, più di tutto… E poi pensiamo agli ospedali, dove avrebbero messo i moribondi che sarebbero rimasti moribondi per sempre? Uno sull’altro, stoccandoli sui letti, tanto non si potevano lamentare? Mah, un bel problema… allora rimandiamoli a casa, che se li tengano loro, i parenti, questi morti viventi che non passeranno mai dall’altra parte. Ma c’è sempre qualcuno che si differenzia, che vuole per forza, ma proprio per forza, anche se nessuno gliel’ha chiesto, uscire dalla massa con qualche idea brillante che poi ha delle conseguenze inimmaginabili su tutti gli altri. Per definire questi, di solito si usano dei termini, che è meglio non usare qui ma che, giusto per dare un’idea al lettore che ha deciso di seguirmi, inizia con la lettera R e finisce con oni.

Così che capita in questo paese imprecisato la cui morte non vuole più lavorare? Che qualcuno pensa che si può andare oltre confine a morire. Perché, dovete sapere, che le morti degli altri paesi confinanti continuavano a lavorare come sempre. Certamente, non appena qualcuno ha un’idea brillante, c’è qualcun altro che lo copia. Così si crea un via vai indiscreto, e nemmeno tanto legale, che lo Stato fa fatica a controllare. Ma niente paura per queste cose, l’Homo sapiens (o dovremmo chiamarlo Homo modernus? se c’è qualche biologo che ci può illuminare su questo punto?) trova subito una soluzione. Viene creata la maphia, “con ph per distinguerla da quell’altra”, e tutto si normalizza, se così vogliamo dire. Però… c’e sempre un però, un ma, un colpo di scena che non ci aspettiamo in qualunque storia che si rispetti. La morte, si scoccia di tutte queste manovre e atteggiamenti, per non dire comportamenti dell’Homo sapiens e decide di tornare a fare il suo lavoro (forse anche perché si annoiava, dico io, oppure perché si era sentita privata di tutte quelle preghiere e accezioni che la facevano somigliare un po’ a dio). Nel farlo, si mette la mano sul cuore, mmm… non so se ha il cuore. Vabbè decide di cambiare un po’ le regole del gioco e di regalare ad ogni futuro-morto, una settimana, prima del giorno fatidico, per congedarsi con il mondo, sistemare le sue cose, insomma fare quello che gli pare. Il meccanismo è un po’ sconvolgente, ma sembra rimettere in ordine l’economia, i viaggi oltreconfine, la religione, eccetera, eccetera. Senonché è proprio nell’ordine che viene fuori il maggior disordine. Uno di questi uomini, per essere precisi un violoncellista, non vuole saperne di rispettare le regole e la morte si trova costretta a improvvisare…

Quest’ultima parte non ve la racconto perché merita di essere letta. E’ una trovata brillante. D’altra parte non mi sarei aspettata niente di meno da Saramago. Questo libro, scritto con uno stile che ho cercato di riproporvi, senza riuscirci, dove non ci sono punti, maiuscole e tutte quelle regole che ci hanno insegnato dalla prima elementare, merita davvero di essere letto. Potreste pensare che è un umorismo macabro, è invece no, per niente. Si tratta di un libro che fa riflettere su di noi, sul nostro atteggiamento nei confronti della morte, della vita e su tutto ciò che c’è nel mezzo. E’ un libro che definirei filosofico. Perché in fondo, la questione è tutta lì, non c’è vita senza morte e se c’è vita siamo sicuri che, prima o poi, ci sarà anche la morte. Invece di vivere con questa consapevolezza, noi cosa facciamo? Cerchiamo di allontanarla con tutto ciò che l’uomo si è inventato (c’è sempre qualcuno che ha idee brillanti) a questo scopo.

Il libro si chiude con la stessa frase con cui si era aperto: “I giorno successivo non morì nessuno”.

In fondo tutto è un cerchio e si ripete all’infinito.

le intermittenze della morte
Jose Saramago – Le intermittenze della morte – piacevole lettura prima di dormire

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