L’arte di essere fragili

Ho letto le ultime pagine del libro di Alessandro D’Avenia, L’arte di essere fragili, tra i fumi che la febbre è in grado di creare al cervello. Pur avendo l’influenza, non riuscivo a resistere e pagina dopo pagina sono arrivata in fondo. Forse la febbre ha contribuito, ma leggendo D’Avenia mi sono sentita trasportare indietro, da una macchina del tempo, fino agli anni del liceo. Davanti a me c’era di nuovo quella liceale che desiderava solo far crescere i suoi sogni e moriva dall’impazienza di cominciare la sua navigazione nella vita, quella “vera”. Come Leopardi, anche lei, non ne poteva più del piccolo paese, della campagna, della siepe all’orizzonte. Passava molte domeniche malinconiche a leggere le sue poesie e a cercare di capire cosa ci fosse “oltre quella siepe”.

Alessandro D’Avenia, in L’arte di essere fragile, scrive a Giacomo delle lettere. Lettere, come si usava un tempo e che, ora nell’epoca della comunicazione veloce via web nessuno sa più cosa siano. Certo non gli adolescenti di cui l’autore diventa paladino e difensore tra le pagine infervorate di questo suo ultimo lavoro. Io credo, però, che il suo obiettivo principale, con questo libro, non sia tanto difendere e illuminare i giovani, quanto confortare Giacomo. Dimostrargli, se vogliamo, che aveva ragione a perseguire il suo talento, perché quella vocazione ha sconfitto la morte rendendolo, di fatto, immortale. Leopardi ebbe una vita molto difficile. Un grande ingegno dentro un corpo da ranocchio. Deriso dai suoi contemporanei e incompreso, dai suoi genitori, e anche da molti critici moderni, non si arrese mai fino alla fine. Quello che viene chiamato il suo pessimismo era il canto d’amore di colui che ha accettato che le cose, tutte le cose, sono effimere. Eppure non era un pessimista, ci dice D’Avenia, anzi il suo rapimento, la sua capacità di dare voce alle cose senza voce, la sua speranza, la sua malinconia e la sua passione hanno salvato generazioni intere e continueranno a farlo per l’eternità. Alessandro D’avenia sente e fa vibrare il dolore di Giacomo per la sua solitudine, per gli amori non corrisposti, per la delusione che prova quando si rende conto che la natura è ingiusta con i suoi figli. Eppure il poeta Giacomo, insiste, continua a sognare, continua a cantare la bellezza, perché senza bellezza finisce tutto, qualunque cosa. Sapeva, Giacomo, che il suo destino era la poesia e cercò in tutti modi di mantener fede a quel talento facendo del suo destino una destinazione. Così D’Avenia gli scrive dal futuro, per ringraziarlo di aver insistito, di aver scritto parole che avrebbero confortato lui e molti altri come lui, inclusa me.

E mentre Giacomo si attanagliava per rispondere ai quesiti universali, non tanto per trovare pace lui solo, ma per dare risposte a tutti: “Ed io che sono?” o “ove tende questo vagar mio breve?”, molti lo schernivano come il poeta della tristezza e del pessimismo. Il mondo stava cambiando, anche allora, ed era importante guardare con fiducia al futuro, verso il progresso e verso la scienza. Il rischio, però, era ed è, ancora oggi, quello di cedere alla moda e la Moda è sorella della Morte. Come ci spiega molto bene Leopardi stesso nelle Operette morali (Dialogo della Moda e della Morte): “siamo sorelle, e tra noi possiamo fare senza troppi rispetti, parlerò come tu vuoi. Dico che la nostra natura e usanza comune è di rinnovare continuamente il mondo, ma tu fino da principio ti gittasti alle persone e al sangue; io mi contento per lo più delle barbe, dei capelli, degli abiti, delle masserizie, dei palazzi e di cose tali. Ben è vero che io non sono però mancata e non manco di fare parecchi giuochi da paragonare ai tuoi, come verbigrazia sforacchiare quando orecchi, quando labbra e nasi, e stracciarli colle bazzecole che io v’appicco per li fori; abbruciacchiare le carni degli uomini con istampe roventi che io fo che essi v’improntino per bellezza; sformare le teste dei bambini con fasciature e altri ingegni, mettendo per costume che tutti gli uomini del paese abbiano a portare il capo di una figura, come ho fatto in America e in Asia; storpiare la gente colle calzature snelle; chiuderle il fiato e fare che gli occhi le scoppino dalla strettura dei bustini; e cento altre cose di questo andare. Anzi generalmente parlando, io persuado e costringo tutti gli uomini gentili a sopportare ogni giorno mille fatiche e mille disagi, e spesso dolori e strazi, e qualcuno a morire gloriosamente, per l’amore che mi portano”.

Lasciandosi affascinare dalla moda ci si consegna nelle mani della Morte, perché tutto ciò che è moda passa, finisce per essere dimenticato e soppiantato da qualcosa di nuovo e di diverso. Così succede, anche oggi, caro Giacomo, ci si riempie di cose alla moda per non cedere al silenzio che serve a guardarsi dentro. Più sono vane e fatue più ne vogliamo, di quelle cose. Come una droga a cui non si riesce più a fare a meno. Nonostante questo, il dubbio continua a rosicare perché la fine, il finito, la morte è sempre lì dietro l’angolo. “Ove tende questo vagar mio breve?” Giacomo, io non lo so. Alessandro D’Avenia, che ti scrive, trova ristoro in Dio. Altri lo trovano in credo e filosofie differenti, tutte atte a trovare un perché, un per come a questa vita e quindi alla morte. Io ancora non ho trovato la mia risposta ma la sto cercando, da tempo…

Due notti fa mentre ero annebbiata dalla febbre, è morto un amico, con il quale ho condiviso il lavoro e le passioni, per un periodo. Matteo aveva solo trentotto anni, circa l’età di Giacomo Leopardi, quando è morto. La vita è una cosa fragile, molto fragile, e Giacomo lo sapeva bene, così come lo sa D’Avenia. Le cose belle sono fragili. E’ fragile un bambino appena nato, è fragile un grande amore che sboccia, è fragile un sogno. Vanno curati, maneggiati con cura pur sapendo che finiranno… E’ tutto qui, questo libro. Parla della fragilità delle cose, parla dei sogni dell’adolescenza delusi dall’età adulta, parla dell’amore, dell’amicizia e della morte. Parla della bellezza delle cose che anche se passeggere e destinate a perire possono riscaldare il cuore ed indicarci la nostra “destinazione”.  Incita a vivere, questo libro, a vivere ogni secondo della vita che ci è concessa, con tutta l’intensità che ci è possibile. Invita a non tradire le proprie inclinazioni e a lottare per far si che si realizzino.

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Caro Alessandro, voglio scrivere a te ora, come tu hai scritto a Giacomo. E’ difficile imparare ad essere fragili. E’ difficile ammettere di essere fragili. E’ ancora più difficile quando si è giovani e ci si confronta con una società tutta tesa alla competizione, al risultato, al voto. E la scuola, perdonami se te lo dico, non aiuta affatto… Questi adolescenti non trovano guide o mentori nella scuola, ma giudici severi e poco inclini a coltivare i loro sogni. Gli insegnanti si sono arresi e non si ricordano più cosa significa avere dei sogni (a proposito, mia figlia di quindici anni pensa che tu non esista…). Ci vuole l’esperienza, come per Giacomo, per capire un po’ meglio questa vita. Ci vogliono gli errori fatti, le attese deluse, gli amori finiti. Ci vuole anche la paura di morire, caro Alessandro. E serve la nostalgia. Imparare ad accettare la nostalgia per la bellezza di un tramonto speciale, di un amore finito, di uno sguardo profondo… sono i ricordi e la nostalgia a farci capire che il nostro cuore è ancora pieno di stelle. Hai ragione, caro Alessandro, quando dici che solo chi accetta la morte sa vivere, ma questo, spesso, arriva troppo tardi.

Anche io come te, ho incontrato una siciliana quasi centenaria, l’anno scorso su un aereo per Palermo. Lei era seduta al finestrino ed io accanto. Nel vedermi aprire il mio libro ancora prima del decollo, mi disse: “Ha visto quanto è bello fuori?”. Io risposi senza pensarci: “viaggio così tanto che ho smesso di guardare fuori dal finestrino”. Lei si intristì e rispose: “E perché mai? C’è tutto là fuori.” Cominciammo a chiacchierare e mi raccontò dei suoi figli, dei nipotini e dei suoi viaggi frequenti a Pisa dove abitava uno dei figli che col suo lavoro si poteva spostare poco, allora era lei ad andare a trovare lui. Aveva gli occhi brillanti di chi ha molto vissuto e di chi ha capito. Passammo un’ora a parlare ed io non aprì più il libro. Prima dell’atterraggio in una Palermo piena di sole mi disse:  ”Le voglio confidare il mio segreto per vivere a lungo: amore. Amore per tutto quello che fai, per ogni minuto, per ogni persona che il destino ti mette davanti, per ogni sorriso che protrai scambiare. Ho perso solo uno dei miei figli, ma lo sapevo sin da quando era giovane che sarebbe successo, perché non amava. Inseguiva. Inseguiva sempre: la carriera, il successo, i soldi, tutto. E’ morto a cinquantanni. Ho provato a dirglielo ma non mi ha mai creduta.” Mi colpì il modo asciutto in cui lo disse e quando la salutai la ringraziai per il tempo trascorso insieme. Lei aggiunse stringendomi la mano: “Il 22 aprile compirò novantatre anni. Aspetto che tutti siano scesi e poi andrò anche io. La lentezza è un privilegio dell’età.” Quello stesso anno, il 22 aprile, io avrei compiuto quarantasei anni.

Vedi, caro Alessandro, un libro può salvare la vita anche se non lo leggi, come è successo a me quel giorno. Un libro è in grado di far fiorire il deserto. Come la ginestra “è la parola del deserto, che si leva per affermare la vita”, io quel giorno ho trovato la vita nelle parole di una sconosciuta.

E forse nella tua Sicilia si cela più di una magia… Grazie e arrivederci.

P.S. Adesso il tuo libro lo sta leggendo mia figlia che ha quindici anni e molti sogni da far crescere.

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