Donatella Moica

Lettrice onnivora, naturalista per passione, scrittrice perché attraverso la scrittura conosco e imparo

recensioni

Libri sotto l’albero: La strada di Cormac McCarthy

 

“Ricordati che le cose che ti entrano in testa poi ci restano per sempre, gli disse. Forse dovresti rifletterci.
Però certe cose uno se le dimentica, no?
Sì. Ci dimentichiamo le cose che vorremmo ricordare e ricordiamo quelle che vorremmo dimenticare.”

Per la serie “se leggi quello che leggono tutti, penserai come tutti gli altri”, il primo libro che vi consiglio di far trovare sotto l’albero quest’anno è La Strada di Cormac McCarthy.

Devo essere sincera, non conoscevo questo autore e ora mi sembra impossibile averlo ignorato così a lungo…

La strada. Una terra post apocalittica. Un padre e un figlio. Viaggiano su una strada alla ricerca del mare.

Sembrerebbe semplice questo libro. Sembrerebbe molto semplice. Invece no. Non lo è affatto. McCarthy mi ha tenuto incollata a un romanzo in cui succede davvero poco. Dove non ci sono grandi colpi di scena, cattivi o zombie da combattere. O meglio ci sono, come in ogni storia che si rispetti, ma qui contano poco, sono trattati a livello di comparse, fanno poco effetto, sono persino trascurati. Sono il padre e, ancor più, il figlio coloro che ti inchiodano alla poltrona e ti fanno sfogliare una pagina dietro l’altra senza riuscire a smettere, senza respirare quasi.

Ma cominciamo da principio. La Terra è stata colpita da un qualche cataclisma. Non si sa esattamente cosa sia accaduto. La descrizione è brevissima e asciutta:
“Gli orologi si fermarono all’una e diciassette. Una lunga lama di luce e poi una serie di scosse profonde. Lui si alzò e andò alla finestra. Cosa c’è? disse lei. Lui non rispose. Andò in bagno e premette l’interruttore ma la corrente era già andata via. Un debole bagliore rosato alla finestra. Lui si chinò su un ginocchio e alzò la levetta per bloccare lo scarico della vasca e aprì al massimo tutti e due i rubinetti. Lei era ferma sulla porta in camicia da notte, aggrappata allo stipite, una mano a sostenere il pancione. Cosa c’è? Che succede?
Non lo so.
Perché ti fai il bagno?
Non mi faccio il bagno.”

Mc Carthy non ritiene necessario dirci quale sia stato il problema: un disastro nucleare? Un enorme terremoto? Ma, poi, cosa importa cosa sia accaduto? E’ successo e basta. Avrebbe cambiato le cose se i dinosauri avessero saputo cosa stava causando la loro estinzione? No, non credo. E comunque in una situazione in cui la corrente è già andata via, le comunicazioni interrotte, forse non è nemmeno possibile sapere cosa è capitato davvero. Qualunque sia la causa, ha bruciato qualunque cosa, le piante e gli alberi, e le case, e le macchine e la gente. La cenere ha soffocato gli animali che non sono diventati cibo e ricopre ogni cosa con uno strato spesso e denso, non consente di vedere il sole, né la luna o le stelle. L’uomo e il bambino, come tutti gli altri sopravvissuti si muovono in continuazione per non divenire prede a loro volta. C’è pochissimo da mangiare e l’uomo privato di quelle strutture tipiche delle società avanzate è ritornato un animale. Sì, un animale che deve soddisfare i bisogni primari prima di tutto: mangiare, sopravvivere, riprodursi. Non ha importanza se mangi un braccio di un tuo compagno o un bambino, basta mangiare, basta superare un altro giorno, basta svegliarsi ancora un’altra mattina. Non c’è più umanità. Si è perso tutto. Eppure serve poco. I due viaggiano con un carrello dove hanno messo coperte, il poco cibo che trovano, una bombola del gas per scaldare i cibi. Fa molto freddo. È un freddo eterno che entra dentro e ghiaccia il cuore. Il padre ci prova con tutto sé stesso a insegnare al bambino a non perdere la speranza, a non farsi congelare il cuore, ma non è facile. Man mano che procedono è sempre più stanco, sempre più malato, sempre più disilluso. Teme tutto e diffida di tutti. È pronto a uccidere per non morire. Il bambino, invece, no. Lui no. Mc Carthy affida al bambino il compito di trasportare quella parte umana che distingue l’uomo dagli altri animali. Vede tutte le atrocità, il bambino, eppure rimane convinto che non si debba uccidere, che non si debba mangiare altri uomini e men che mai bambini, divide il poco cibo con un vecchio, cerca di salvare un ladro… il bambino rappresenta la speranza. È lui la parte più toccante di tutto il romanzo. Un personaggio piccolo, quasi rachitico, con un cuore grande quanto tutta la specie umana che potrebbe estinguersi se… non ci fossero altri come lui.
E poi il mare! Tutto un viaggio verso il mare che diventa simbolo di speranza, di rinascita, di vita, di futuro. Anche se poi delude, anche se non è più lui…

Un libro bellissimo, da leggere assolutamente. E non solo per la storia, ma anche per lo stile, per l’essenzialità, per i toni e i colori che lo rendono un capolavoro.

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