Donatella Moica

Lettrice onnivora, naturalista per passione, scrittrice perché attraverso la scrittura conosco e imparo

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Kanazawa e i samurai

ll treno che da Kyoto va a Kanazawa attraversa risaie allagate, incorniciate da montagne con le cime ancora innevate. Le case tradizionali squadrate, sono circondate da piccoli giardini curatissimi e orticelli ancora più belli. I ciliegi stanno fiorendo anche qui e sono un po’ ovunque, in ogni giardino, in ogni tempietto, lungo gli argini dei fiumi e sparsi qua e là per la campagna. Tutto sembra essere casuale ma, in Giappone, non lo è mai.

Kanazawa sorge tra le alpi giapponesi ed il mare del Giappone, un contrasto affascinante che spazia tra i sentori di alghe e di sale e quelli delle colline boschive, come affascinante è tutta la città in cui convivono quartieri antichissimi con quelli super-moderni.

Preparati a un viaggio indietro nel tempo, molto indietro… Pronto? Si parte.

castello kanazawa

Pur sapendo che il Giappone ha una storia antichissima, mentre passeggio per le vie di Kanazawa, tra quartieri che profumano di resine e di lacche, vetrine che espongono kimono eleganti e costosi, ristoranti in cui si mangia solo cucina tradizionale e contro il cielo grattacieli di cui non vedi il piede perché si trovano qualche isolato più in là, non può non venire voglia di capire dove siamo e qual’è la storia di questo posto.

Si narra che un giorno un contadino che preparava il terreno per piantare delle patate, sia incappato in una grossa pepita d’oro. Questo ritrovamento fece ribattezzare il luogo Kanazawa, palude d’oro. Senza andare così indietro nel tempo la fetta di storia, che si può vedere ancora oggi nella città, cominciò nel 1583, quando Toshiie Maeda conquistò la città diventandone il daimyo (signore feudale). Toshiie non era solo un grande combattente, era anche un uomo illuminato e di larghe vedute: sapeva che, alla fine, la guerra non porta mai troppo bene, soprattutto se hai già una terra ricca e sei il secondo produttore di riso del paese. Beh, il potere di Toshiie (chiamiamolo per nome amichevolmente, ma sappiate che questa, in Giappone, sarebbe considerato una grave mancanza di rispetto) dipendeva da quanto riso aveva, perché esso poteva essere scambiato in denaro. All’epoca, il feudo di Kaga (Kanazawa) produceva otto milioni di koku di riso. Il koku equivale a circa 180 litri ed è stata la prima unità di misura del riso in Giappone. Poiché per essere chiamato daimyo erano sufficienti dieci mila koku all’anno, nel territorio di Toshiie ce n’erano parecchi di questi signori, ciascuno con il suo piccolo esercito. Molti di questi signori erano samurai, perché la loro paga consisteva, appunto, in terre da coltivare. Più o meno nello stesso periodo in cui i Maeda dominavano il territorio di Kaga, Tokugawa Ieyasu, diventa shogun e stabilisce la sede del suo potere a Edo (odierna Tokyo). Anche Ieyasu è un potente guerriero ed un brillante uomo politico e non poteva non dargli fastidio la famiglia Maeda. Così per evitare i conflitti con il clan Tokugawa, che già cercava di accentrare il potere su di sé riducendo quello dei daimyo, i Maeda spinsero la loro gente a dedicarsi alle arti e alla cultura e meno alla guerra, pur conservando delle milizie attive e pronte. Grazie a questa politica, la famiglia Maeda dominò per trecento anni arricchendosi a dismisura e costruendo opere di incommensurabile valore come il castello di Kanazawa o il giardino Kenroku-en, considerato oggi il più bello del Giappone.

Il castello di Kanazawa ha un fascino tutto suo. Bianco, immacolato, disposto al centro di un parco aperto da cui si vedono le montagne e dove fioriscono i ciliegi.

L’edificio fu la casa dei Maeda per tutto il tempo del loro dominio. Un tempo anche il giardino Kenroku-en faceva parte del castello e qui passeggiavano i nobili dell’epoca. Seduta sotto i ciliegi in fiore, con il castello bianco alle spalle e le Alpi innevate davanti agli occhi non potevo non immaginarli con i loro kimono di seta frusciante, attraversare i sentieri ed osservare con attenzione i bellissimi pini neri o i ciliegi secolari oppure dare indicazioni al loro generale, magari esprimendo il desiderio di avere la testa di quello o quell’altro nemico…

Forse la scelta dei Maeda di dedicarsi all’arte e non tanto alla guerra fu una scelta obbligata dalla potenza dello shogun Tokugawa e, forse, fu anche l’unico modo di tenersi il proprio dominio ed il proprio potere (consolidato anche da parecchi matrimoni combinati tra le due famiglie), ma certamente non deve essere stata una scelta facile per una famiglia di guerrieri. Toshinaga, il secondo daimyo Maeda, per dimostrare la sua lealtà fu costretto a mandare ad Edo sua madre, che venne trattenuta con tutti gli onori come “ostaggio” (lo shogun “ospitava” nella sua corte molti parenti dei daimyo).

kenroku-en (2)

I Maeda, durante i loro viaggi (soprattutto a Kyoto dove risiedeva l’imperatore, visto che all’estero erano proibiti) si lasciarono impressionare da artigiani e artisti che, spesso, invitavano nella loro città perché insegnassero la loro arte. Oggi quindi Kanazawa è famosa per i suoi kimono di seta dipinta, per la foglia d’oro che vi si produce, per le ceramiche e gli oggetti laccati finemente, per i ricami e per il teatro nō. La gente dice che a Kanazawa, anche i giardinieri intonino dei canti nō mentre potano gli alberi.

Ciò che, però, attira di più di Kanazawa è la figura del samurai. Esiste, in questa città, un intero quartiere (distretto di Nagamachi) in cui il tempo sembra essersi fermato. Le strade sono in pietra, le case di legno scuro e ocra, basse e semplici, i giardini piccoli, intimi. C’è silenzio intorno e l’energia è ancora palpabile.

La modernità è arrivata solo a tratti e non è riuscita a scalfire ciò che c’era. Solo il vento leggero che entra ed esce dalle pareti di carta di riso, sussurra segreti e conosce ogni mistero. Pare di vedere un’ombra sgusciare con leggerezza e la sicurezza di chi è certo che niente possa sfuggirgli, di cogliere ogni sfumatura. Ti sporgi, non c’è niente. Forse è solo l’immaginazione o forse è uno spirito di quegli antichi samurai che abitavano qui, in queste case… Che sia un invito ad entrare e cercare di capire una cultura tanto affascinante quanto lontana da noi?

Sono molte le case dei samurai restaurate ed oggi visitabili, tra tutte spicca la casa della famiglia Nomura che per trecento anni servì i Maeda aiutandoli a mantenere la pace nella provincia. I Nomura erano samurai ricchi e potenti e questo si riflette nella loro casa raffinata ed elegante. Per entrare ci si toglie le scarpe, come in qualunque dimora abitata dai proprietari o dai loro spiriti, e si entra in un religioso silenzio. Ogni tanto qualcuno bisbiglia qualcosa, con discrezione e rispetto. Le stanze sono ormai spoglie o, forse, lo sono sempre state. Le pareti sono decorate con disegni giapponesi di squisita fattezza. Le stanze della meditazione sono state riconvertite alla cerimonia del tè. Le spade sono conservate dentro le teche, ora non servono più. Nel laghetto di un bellissimo giardino zen, sguazzano le carpe colorate… Mi siedo su un corridoio di legno che guarda direttamente il giardino. Lascio che la mia mente si vuoti e goda dell’incredibile energia di questo posto, derivante da un passato lontano eppure così presente. Una voce maschile intona un canto antico che si fonde con il suono dell’acqua, delle felci che vi si bagnano, dei ciliegi e dei pini mossi dal vento, dei guizzi delle carpe, del silenzio delle pietre… Tutto sembra aver trovato la pace e la dimensione ideale, ora. Osservo tutti i simboli cari al guerriero, il pino e il ciliegio fiorito, la goccia che cade nella vasca creando onde concentriche (il vuoto zen), le carpe (il coraggio dei giovani guerrieri) e forse tanti altri che si celano ai miei occhi… Mi chiedo se anche Nomura si sarà seduto qui, qualche volta, ad osservare il suo giardino e prepararsi alla battaglia… perdere la testa era un attimo in quei tempi. Chissà com’era pensarci? Chissà se ci pensavano?

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Per rispondere a queste domande mi sono andata a studiare la figura di questo antico guerriero. Al pari della geisha, il samurai, ha assunto in occidente, ma forse anche in oriente, un alone di creatura quasi mitologica, complice anche la cinematografia e la letteratura. Uomini forti, impavidi, leali, coraggiosi, colti, educati e…Vabbe’, un po’ troppo dite voi. E l’ho detto anche io! Quindi ho cominciato a leggere di loro. Non pensiate che sia facile, provate a digitare su google la parola samurai: vengono 162 milioni di risultati. Per non parlare dei libri che ne parlano o dei film a loro dedicati. Caspita! Da dove si comincia? Vabbe’, vediamo di rimettere in ordine almeno il periodo storico…

Il periodo dei samurai cominciò, in Giappone, quando Riccardo cuor di leone partiva per la sua terza crociata (1190), proseguendo fino a quando gli Stati Uniti sconfissero l’esercito del Giappone a Kyoto e l’ultimo shogun fu costretto a consegnare il paese nelle mani dell’imperatore Mutsuhito che aveva solo quindici anni (1868). Quel momento segnò la fine del feudalesimo e l’inizio di una nuova era per il Giappone. “Affiancato” dalla potenza americana, il paese cominciò il processo di “perdita” delle antiche tradizioni, dei valori e dei simboli che lo avevano reso così unico. Giusto o sbagliato? Ha poca importanza. Come dice lo zen, inutile preoccuparsi del passato, poiché esso non potrà comunque essere cambiato…

La parola samurai significa “colui che serve”, nel senso essere al servizio di un daimyo, al quale era fedele fino alla morte. Una delle cose che rimane più impressa, pensando ai samurai, è la loro capacità di togliersi la vita. Se, all’inizio questo era considerato la più alta manifestazione di padronanza del proprio destino, successivamente le motivazioni si ampliarono includendo il senso di colpa per inefficienza, incapacità di compiere il proprio dovere, protesta per un provvedimento ritenuto ingiusto e rabbia che non poteva essere sfogata contro la vera causa. Il rituale, che è riduttivo chiamare suicidio, è noto a noi come “harakiri” o “suppeku” ed aveva regole di etichetta precisissime. Ah già, il simbolo del samurai è il sakura (ma chi ha letto il primo post non si stupirà di questo). Decisamente complicato da capire per il nostro pensiero occidentale del terzo millennio! Ai nostri tempi è già difficile essere fedeli a sé stessi, figuriamoci a qualcun altro… soprattutto in un modo così forte. E poi, mi chiedo, non avevano paura di morire? Ebbene, questo punto sembra accomunare tutti i testi e gli studiosi: il samurai non ha paura di morire perché la sua “via è la morte”.  Il significato di questa affermazione risiede nel fatto che il samurai contempla la morte in ogni momento della sua vita, come fine e come mezzo. Come fine, in quanto è il momento finale della vita e deve avvenire in modo onorevole e come mezzo perché consente di comprendere che ogni momento è passeggero ed è inutile struggersi di passione per esso. Ma come si fa ad arrivare ad una consapevolezza del genere?

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Il bambino che sarebbe diventato un samurai, sotto la guida del suo sensei (Maestro), che era onorato e rispettato quanto un padre, imparava che non esiste un benessere fisico senza il benessere dello spirito e della mente. Questo si raggiungeva attraverso l’allenamento costante nelle varie arti marziali, la disciplina, il controllo, la respirazione, la meditazione, le nozioni di strategia militare, la conoscenza dell’arte di curarsi con le erbe e la pratica del massaggio su sé stesso e sugli altri per sbloccare e liberare l’energia ma anche dedicandosi all’arte degli origami, della calligrafia, della cerimonia del tè e persino dell’astrologia. Il giovane samurai veniva educato ai testi di Confucio e della filosofia buddista zen, leggeva libri come “L’arte della guerra” e “Hagakure”, conosceva l’etichetta e la dialettica, l’arte e la poesia. Probabilmente sono tutte queste cose che hanno contribuito a creare l’alone di mistero e di fascino intorno alla figura del samurai, che tra tutti i guerrieri è quello che più di ogni altro ha saputo stimolare l’immaginario e la leggenda. Personalmente sono stata molto attratta anche dalla figura del sensei e da quei samurai che, non contenti del loro maestro (quindi esisteva anche questa possibilità!), chiedevano ed ottenevano il permesso di partire per essere educati da sensei e scuole lontane e famose. Spesso questi samurai studiavano in più scuole sparse nel paese apportando miglioramenti importanti in tutte le discipline che erano oggetto di studio (ed abbiamo visto che erano tantissime). Alla fine, lo scambio è sempre alla base del progresso…

Quando i samurai vennero privati delle loro spade e di tutto ciò che rappresentavano si dedicarono brillantemente (e mi sembra logico con tutte queste conoscenze) alla politica, alle arti, alla letteratura e alla poesia. Alcuni divennero monaci e tramandarono le conoscenze dello zen altri divennero maestri di arti marziali o, qualche volta, entrambe le cose. Da questa storia lunga e ricca anche noi beneficiamo oggi, senza nemmeno saperlo, con tecniche e discipline che sono entrate nella nostra vita come, ad esempio, lo shiatsu, le varie tecniche di meditazione e rilassamento e le moltissime arti marziali… e poi chissà quali altre cose di cui non abbiamo consapevolezza!

 

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