Libri e Poesiarecensioni

Il treno dei bambini

Mia mamma avanti e io appresso. Per dentro ai vicoli dei Quartieri spagnoli mia mamma cammina veloce: ogni passo suo due miei. Guardo le scarpe della gente. Scarpa sana: un punto; scarpa bucata: perdo un punto. Senza scarpe: zero punti. Scarpe nuove: una stella pemio. Io scarpe mie non ne ho avute mai, porto quelle degli altri e mi fanno sempre male.

Inizia così il libro di Viola Ardone, Il treno dei bambini. La Ardone è un’insegnante di liceo di Napoli ed è forse per questo che riesce a toccare temi così complessi con tanta delicatezza, quasi in punta di piedi.

La guerra è appena finita. La ricostruzione dell’Italia è cominciata ma il Meridione è ancora indietro. Le famiglie vivono in bassi, in stanze umide, ammassati, affamati. Vivono di espedienti e i bambini non vanno a scuola o ci vanno poco. Ma qualcuno che ci crede davvero alla solidarietà organizza dei treni per portare quei bambini al nord, in Emilia, e mostrare loro che esiste qualcosa di diverso che si può anche essere diversi.

E’ una storia di donne, anche se il protagonista è Amerigo, maschio ovviamente. Amerigo ha sette anni, non ha mai avuto scarpe sue, e partirà su uno di quei treni per andare dove non lo sa. Ha molta paura perché circolano certe voci sui comunisti che mangiano i bambini che te le raccomando. Sua mamma Antonietta è una brava donna, fa un po’ la sarta, un po’ nasconde la merce di contrabbando di Capa ‘e fierro con cui “fatica” nel letto quando mandano via Amerigo. Il bambino questo Capa ‘e fierro non lo sopporta proprio, anche se sa che è lui che aiuta sua madre a crescerlo. E’ Maddalena, comunista che ha combattuto per la liberazione, a convincere sua mamma a metterlo sul treno dei bambini per dargli un’opportunità. Maddalena è gentile e canta sempre la canzone “Sebbene siamo donne, paura non abbiamo…” che sarà il leitmotiv di tutto il romanzo. Anche Maddalena, come sua madre, è sola.

L’amore ha tante facce, non solo quella che pensate voi, – interviene Maddalena. -Per esempio, stare qua sopra in mezzo a tante pesti scatenate non è amore? E le mamme vostre che vi hanno fatto salire sul treno per andare lontano, a Bologna, Rimini, Modena… non è amore pure questo?- Perché? Chi ti manda via ti vuole bene?- Amerì, a volte ti ama di più chi ti lascia andare che chi ti trattiene.

I comunisti lavano i bambini, li vestono con vestiti nuovi e il cappotto per andare al nord dove fa freddo ma tutti loro si mettono d’accordo con i genitori per lasciare il cappotto ai fratelli. Amerigo non ne ha di fratelli. Ne aveva uno, Luigi, ma è morto e sua mamma non ne parla mai. Però visto che tutti lanciano il cappotto dal treno, all’ultimo momento lo fa anche lui.

Mia mamma Antonietta resta in un angolo della stazione che diventa sempre più lontano, con le braccia incrociate sopra al mio cappotto. Come se mi tenesse stretto sotto ai bombardamenti.

Il treno parte. Il lungo viaggio è cominciato.
In Emilia ci sono altre famiglie che accolgono i bambini, li vestono, li nutrono, li mandano a scuola. Amerigo va a stare da Derna, una compagna molto attiva, che non ha mai avuto figli e che con lui scopre la tenerezza e l’affetto. Ha scarpe tutte sue, ha una camera tutta sua, ha un violino tutto suo che gli costruisce Alcide, cognato di Derna. E il primo regalo che Amerigo riceva nella sua vita, c’è scritto persino il suo nome sopra. Il bambino in Emilia scopre tante cose, si affeziona alla nuova famiglia, impara ad apprezzare la scuola e scopre di amare ed essere portato per la musica. Ma il grano imbiondisce nei campi e viene il momento di tornare a casa. Il ritorno fa paura quanto l’andata. Napoli è uguale a prima, ma niente è più uguale per loro, sono bambini a metà, né di qua né di là. Amerigo è felice di rivedere sua madre ma sente la nostalgia di tutto ciò che ha lasciato. Vorrebbe continuare a suonare ma non è possibile perché deve lavorare.
Passa molto tempo, ormai è un uomo di cinquant’anni e viene il momento di tornare a Napoli…

Il libro parla del mestiere difficile di fare il figlio e di quello ancora più difficile di fare genitore; di quelle spaccature che si creano quando si decide di andare lontano, di non accettare le proprie origini e inseguire i propri sogni anche a costo di perdere una parte importante di sé.

C’è molto tempo davanti a me, ma non ho fretta, il viaggio più lungo l’ho già fatto: ho dovuto percorrere a ritroso tutta la strada fino a te, mamma.

Lascia un commento

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo. Vedi l'informativa completa

Chiudi