Haiku, il senso dell’effimero

c’è una meta
per il vento dell’inverno:
il rumore del mare

-Ikenishi Gonsui

 

Qualche anno fa ho scoperto e mi sono innamorata degli haiku.

Tutto è accaduto perché stavo scrivendo una storia sull’effimero, che oggi è diventata il romanzo La forma della neve.
Ho avuto bisogno di andare in Giappone. Ho pianificato il viaggio durante la fioritura dei ciliegi. Ho contemplato gli alberi, i fiori, i petali… li ho visti cadere.
Sotto i ciliegi entri nella dimensione dell’effimero giapponese. Il tempo diventa una cosa fluida, avvolgente, circolare. Non più linee rette ma onde che avvolgono poggiandosi sulle cose, come uno strato leggero, trasparente, qualcosa che cambia l’aspetto delle cose e, a sua volta, muta secondo il punto di vista dell’osservatore. Anche la neve fa questo alle cose.

A Kanazawa, nel giardino di Kenrouken, c’è una statua di Matsuo Basho, che dettò le regole di questa forma poetica. Kenrouken è poesia a portata di tutti. Non una poesia elitaria, difficile da capire, per pochi eletti. No. Niente di tutto questo. Kenrouken è la poesia dell’emozione, la poesia di un’immagine, di una stagione, di un istante perfetto. Insomma, è un haiku.
Non desidero certo scontrarmi con gli esperti di haiku, ci mancherebbe. Voglio solo raccontare il mio sentire davanti a un istante che si fa incanto, che si fa poesia. Solo il mio particolare punto di vista…

 

Scrivere un haiku è difficile.

Tutti – o quasi – sanno che un haiku è composto da tre versi e 17 sillabe, in sequenza 5-7-5. Ma lo stesso Basho compose haiku di più sillabe e, oggi, l’haiku moderno non obbliga più il numero di sillabe pur richiedendo la brevità.

Normalmente vi è un kire, che ha la funzione di indicare al lettore un salto, un ribaltamento di significato.

Deve contenere un kigo, un’elemento della natura che rimandi alla stagione. Può essere un animale, un luogo, una pianta, un fiore… In Giappone ci sono dei veri e propri cataloghi di kigo così da non commettere errori grossolani quali, ad esempio, far saltare una rana in autunno. Al kigo è associato uno stato d’animo che Toni Piccini, espertissimo della materia definisce così:
– sabi (il distacco, la calma, la bellezza della solitudine non come tristezza ma come possibilità di riflessione, il non possesso)
– wabi (il risveglio interiore, l’amore per l’imperfezione, il cogliere la bellezza delle cose semplici, il rifuggire l’apparenza, l’arroganza, l’ostentazione)
– aware (il senso della transitorietà, la comprensione del mutamento legato allo scorrere del tempo e la precarietà delle cose, senza sofferenza)
– yugen (profondità e mistero, l’insondabile che la mente umana può percepire, cogliere ma non spiegare a parole)

Il giardino di Kenrouken a Kanazawa

Gli haiku celebrano l’effimero, l’impermanenza e l’imperfezione delle cose. Non è bello ciò che è perfetto ma ciò che fa dell’imperfezione la sua bellezza.

Nel film “l’ultimo samurai”, Katsumoto recita poesie guardando i ciliegi in fiore:

Il fiore perfetto è cosa rara
se si trascorresse una vita a cercarlo
non sarebbe una vita sprecata

Alla fine del film, quando sta morendo, capisce che “sono tutti perfetti”.

Basho, il poeta viaggiatore

Mentre scrivevo La forma della neve mi facevo domande sul tempo, leggevo gli haiku, scoprivo la cultura e i simboli giapponesi e li confrontavo con i nostri. Il tempo che ai nostri occhi è visto come una perdita di sé, un cambiamento doloroso e faticoso si contrappone all’idea giapponese dell’effimero positivo, di uno scorrere del tempo affermativo e fluido che integra e accetta le trasformazioni ritualizzandole.

Così mentre procedevo nella scrittura il tempo attuava una trasformazione nei personaggi, quasi impercettibile ma capace di annullare la distanza tra loro. E mentre raccontavo un frammento di vita, un’immagine vista attraverso gli occhi di un singolo osservatore, solo la sua visione delle cose, fallace e non assoluta, quella della protagonista, il romanzo è diventato esso stesso un haiku.

ero, soltanto
ero, intorno
cadeva la neve

-Kobayashi Issa

Viaggio in Giappone

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