Donatella Moica

Lettrice onnivora, naturalista per passione, scrittrice perché attraverso la scrittura conosco e imparo

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Diventare imprese generative

Diventare imprese generative – intervento di apertura evento Terziario Donna Confcommercio, 22 febbraio 2023 – Firenze

Voglio raccontarvi perché siamo qui e come è nata l’idea di questo incontro perché vedete io credo nel potere trasformativo delle parole e delle storie.

Diventare imprese generative.

La parola diventare significa passare a una condizione diversa da quella precedente, mutare stato o modo di essere. Mentre generativo è un modo di pensare che tende a creare qualcosa che si propaghi positivamente nel tempo in tutti gli ambiti della vita.

Diventare imprese generative quindi, è da un lato una necessità e una reazione ai tempi complessi che stiamo vivendo, dall’altro vuole essere un approccio positivo e innovativo alla ricerca delle soluzioni.

“Il mondo è di gran lunga più complicato di quanto crediamo, il che non è un problema, tranne quando la maggior parte di noi non lo sa” Nassim Nicholas Taleb (Il cigno nero)

Negli ultimi anni abbiamo affrontato una lunga pandemia globale da cui siamo usciti grazie all’enorme sforzo fatto dalla scienza, ovvero da donne e uomini di scienza che hanno condiviso i loro progressi arrivando alla realizzazione di un vaccino in tempi così rapidi che mai avremmo potuto immaginare. Ma ne siamo usciti anche grazie a una grande determinazione, solidarietà e resilienza delle persone e delle imprese. Subito dopo siamo stati catapultate e catapultati in una guerra ai confini di casa. Eppure, ci eravamo persuasi che i nostri Paesi avanzati l’avessero capito quanto orribile è una guerra. Invece no, pare che non l’avessero capito. E di un conflitto che sarebbe dovuto durare pochi mesi sentiamo l’eco sempre più vicina a noi. Naturale riflettere sul fatto che quanto sta accadendo è già successo, altre volte; com’è che l’abbiamo dimenticato?

L’emergenza della guerra ha innescato quella energetica che, beninteso, esisteva anche prima. L’allarme per l’aumento dei prezzi si è rivelato meno violento di quanto atteso grazie alle politiche antinflazionistiche, alla sostituzione del gas russo con quello di altri fornitori e a un inverno particolarmente mite che ha permesso di preservare gli stoccaggi. Le stime pubblicate tra ottobre e dicembre 2022 da HSBC, Goldman Sachs e JP Morgan indicano che l’inflazione dovrebbe diminuire nel corso del 2023 anche grazie alla ripresa delle catene di approvvigionamento. Il rimbalzo delle scorte dovrebbe contribuire a esercitare una pressione al ribasso dei prezzi delle materie prime e dei semilavorati con effetti benefici sull’inflazione. Tuttavia i conflitti geopolitici rischiano di intromettersi in questa ripresa.

C’è un fil rouge in questa descrizione tratta da un contributo dell’Osservatorio dei conti pubblici, che vi ho appena fatto, ed è la difficoltà di guardare al futuro. Viviamo solo il presente, nella continua speranza di passare la giornata, contraddizione in termini per qualunque persona che faccia impresa.

Il dubbio di non farcela può farci finire nel caos più totale oppure aprire varchi di innovazione e cambiamento, come ci dicono Chiara Giaccardi e Mauro Magatti nel libro “Nella fine è l’inizio”. Ma per andare in questa direzione, in quella del cambiamento, occorre riflettere e interrogarci su chi siamo, cosa siamo, dove vogliamo andare e come vogliamo arrivarci. E ci serve una visione come ha ben detto il nostro presidente Carlo Sangalli.

“Non possiamo dimenticare il passato ma è al futuro che dobbiamo guardare e senza una visione è impossibile orientarsi in un mondo che assomiglia sempre più alla fantascienza”.

La mia sensazione è che ci sia un’alternativa, e che questa non sia tanto fantascientifica. Se facciamo ancora fatica a tracciarne le linee è perché non ha ancora un nome riconosciuto. I presupposti di questa economia sono quelli di creare dei ponti tra presente e futuro, di creare buone condizioni di vita per noi e per le generazioni che verranno, e non solo realizzare il massimo profitto.

Il sociologo Ulrick Beck ha scritto nel suo saggio La società del rischio, che l’economia moderna si basa sulla propensione dell’imprenditore a rischiare, cioè a compiere scelte in condizioni di incertezza. Il problema è che i rischi ora non dipendono più solo dalle scelte individuali bensì da una serie di condizioni al contorno talmente instabili da essere sempre più imprevedibili. Non bastano più il talento individuale, non basta più la propensione al rischio o la lungimiranza dell’imprenditrice e dell’imprenditore, serve qualcos’altro.  

L’attuale paradigma ha fatto anche tante cose buone, ha portato benessere a una larga fascia della popolazione, creato sviluppo tecnologico e scientifico, trovato le cure per le grandi malattie, prolungato l’aspettativa di vita della popolazione.

Nessuno vuole negare tutto ciò ma ora i problemi sono diventati tali che occorre l’unione di tutte le forze, quella politica, quella privata, la scienza e la cultura. Lo Stato si deve assumere la responsabilità della guida del cambiamento. “È necessario uno Stato con una missione”, come afferma l’economista Mariana Mazzucato, “per affrontare le grandi sfide globali, come epidemie e cambiamento climatico”. Laddove missione sta per capacità di organizzare a lungo termine diversi settori pubblici e privati per il bene comune che non possono essere ridotti soltanto alla massimizzazione a breve termine. Missione come parola in contrasto con la malattia del nostro tempo, ovvero il cortotermismo che condiziona la politica attuale.

L’attuale modello dell’economia della crescita costante ha dominato gli ultimi due secoli. E prima ancora, l’esplorazione e la distribuzione delle risorse nelle società feudali ha permesso di ignorare le esternalità economiche. Ciò è stato possibile perché a una data nazione o civiltà non importava di distruggerne un’altra con la quale era in competizione o perché saccheggiare l’ecosistema e sterminare le specie dominanti non rappresentava un problema visto che ci sarebbero comunque state altre terre e altri ecosistemi da scoprire e da saccheggiare.  Quel modello economico aveva già rivelato da tempo le sue criticità ma abbiamo finto di non vedere o abbiamo minimizzato, ora però non è più possibile farlo.

Prepararci come imprese significa abbracciare il cambiamento in modo che le nostre iniziative imprenditoriali possano adattarsi e trasformarsi per resistere alle pressioni evolutive che inevitabilmente ci saranno.

Di idee per un ordine economico diverso ne circolano tante e arrivano dagli schieramenti ideologici più disparati, ma tutte hanno una cifra in comune: il cambiamento dovrà essere generativo, ovvero propagarsi nel futuro, avere una visione, assumersi le responsabilità… la nostra azione di oggi deve avere effetti benefici e positivi nel tempo, deve pensare a chi verrà dopo.

Dietro queste visioni ci sono spesso donne. Forse una maggiore presenza femminile laddove si prendono decisioni non sarebbe male.

Siamo alla linea di partenza. C’è una sfida da cogliere. Occorre fare quello sforzo necessario per passare da un’intelligenza individuale a un’intelligenza collettiva, occorre passare dall’io al noi, per rendere possibile la vita insieme senza distruggersi anzi facendo in modo che la vita insieme sia vita feconda e generativa. Vita insieme affinché si possa pensare al benessere di tutti gli individui, anzi di tutti gli esseri viventi, delle piante e degli animali, del territorio, delle città e delle imprese. Per farlo serviamo tutti, donne e uomini, giovani e meno giovani. Ci servono politiche per favorire l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro e dell’imprenditoria perché ben sappiamo che quello è un ambito molto sottoutilizzato. E ci serve un patto intergenerazionale.

Le nostre azioni sono in grado di plasmare il futuro, di questo dobbiamo esserne certi, la storia ce lo insegna.

L’antropologo Amitav Gosh in un libro scritto nel 2016 che si chiama La grande cecità, dice che la grande cecità è quella di non riuscire a vedere un mondo diverso e di non riuscire a pensarsi diversi.

Ora noi dobbiamo fare questo sforzo di immaginazione, dobbiamo riuscire a pensare concretamente un mondo diverso.

Dobbiamo riuscire a immaginare un’economia del futuro inclusiva, che si fondi sulla cooperazione, sulla sostenibilità e sul rispetto. Occorre diventare imprese che generano valore condiviso con la propria comunità, come dice Michael Porter. Questo è tanto più evidente quando pensiamo alle nostre imprese del terziario strettamente collegate al benessere della città e dello stesso quartiere in cui operano, garantendo spesso un servizio sociale che va ben oltre la semplice produzione economica. Pensiamo alle strade delle città dove le vetrine si sono spente, dove i bar e i caffè e le librerie hanno cessato le loro attività lasciando il buio, un vuoto magari colmato dalla microcriminalità, dalla tristezza e dall’indigenza.

Da qui dobbiamo ripartire, dal ripensare le nostre imprese come driver di valore all’interno del loro contesto, come driver di generatività sociale, economica e ambientale.

La visione non può prescindere dalla riflessione e dalla presa di coscienza e se un ruolo possiamo e dobbiamo avere come Terziario Donna Toscana deve essere quello di ispirare tale riflessione.

Ispirare è la nostra prima parola guida.

Abbiamo una responsabilità da cogliere ed è quella di traghettare le nostre imprese nel futuro, e impresa non significa solo economia, significa cultura, città, ambiente e persone che in quell’impresa lavorano e che la rendono unica come unico è ogni individuo. Ma dobbiamo prepararci per farlo, non sarà né banale né facile.

Preparare è la nostra seconda parola guida.

La nostra responsabilità si estende anche verso gli altri, verso chi è più debole, verso chi è più fragile, verso chi vive in territorio di guerra, verso chi non ha il diritto di esprimere con le parole i propri pensieri, verso chi non ha la libertà di studiare o di scegliere come vestirsi, verso chi non ci assomiglia per niente… verso chi poche settimane fa ha visto crollare il proprio mondo che aveva costruito dove la Terra ha deciso di muoversi e di cambiare. Anche il nostro pianeta è vivo, non scordiamocelo e noi siamo parte di un insieme interconnesso, di un tessuto di relazioni che include ogni essere e ogni cosa.

Connettere è l’ultima parola guida che ci regaliamo oggi.

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