Al giardino ancora non l’ho detto

“I fiori dell’erba mi commuovono!” 

Mi è sembrato di vederla, Pia Pera, in quella sua ultima parte di vita. In quel lasso di tempo che precede la morte. In quel periodo di preparazione, se così si vuole chiamare.

Non sempre il binomio vita-morte è così generoso da rivelarsi contemporaneamente. Di solito dove c’è la vita non c’è la morte e viceversa. Accade, però, talvolta che ci si trovi in vita con la presenza della morte. Uno di questi casi sono quelle malattie che sai sin dal principio essere difficili o impossibili da curare. In quei casi la morte diventa una presenza reale, palpabile. Non qualcosa di metafisico o di filosofico. Quando la morte si manifesta in vita non lo fa facendo finta di niente, anzi entra nella tua vita di prepotenza, modifica le tue abitudini, i tuoi rapporti con te stessa e con ciò che ti circonda. E’ molto egocentrica la morte! Si prende pezzi di te, facendo a brandelli la vita che ti eri faticosamente costruita. Tutto, piano piano, se ne va: la tua capacità di ridere, di giocare, di fare l’amore, di coltivare, di piantare…

Pia Pera aveva dedicato buona parte della sua vita per rendere rigoglioso il suo giardino, intorno alla sua casa ma cosa era stato di quello interiore? Che cosa era successo al suo giardino interiore?

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Forse si coltiva un giardino per avere un amico delicato in grado di comprendere i momenti di crisi “quando la vita si distrae e cadono gli uomini” come canta Gabbani in Occidentalis karma. Forse, ma non è detto, si coltiva un giardino per accettare il fatto che qualunque essere vivente è impermanente e destinato alla stessa fine. Nel suo giardino, Pia Pera, non si era mai curata di ciò che non ce la faceva. Contava solo ciò che sopravviveva. Contavano solo i forti, i determinati, quelli che si adattano, i sani… è così anche nella nostra società, in fondo, se manifesti una qualche fragilità sei destinato a scomparire. Devi nasconderle bene, quelle debolezze per essere accettato dagli altri, perché ti lascino crescere. In Pia Pera, verso la fine del libro e della sua vita, qualcosa cambia. Il corpo non risponde più ai desideri della mente. E’ difficile accettarlo, accettare di non essere invincibili, di non essere in grado di controllare ogni cosa con un paio di forbici per potare, una vanga o un rastrello. Non, non si può più fare. E allora, ci sia attacca a tutto pur di credere di poter sopravvivere. Per avere un po’ più di tempo. La cosa incredibile è che proprio quel tempo che ci sembrava così facile da sprecare con rabbia, rancore, fastidio, infelicità diventa il bene più prezioso. Un bene che non si riproduce e che non è inesauribile. Ma l’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio, crede di essere Dio egli stesso e quindi non si cura del suo Tempo, quando lo ha. E ci si attacca a tutto pur di non morire, qualunque cosa venga proposta, anche se già si sa che sarà un altro fallimento. Succede anche a Pia che, nelle pause tra una visita e l’altra, tra una teoria e l’altra in grado di curare le più strane malattie, trova conforto tra le piante odorose, nel frutteto, tra i candidi fiori di un susino… del suo giardino. Così i santoni e i maghi si susseguono: troppa energia, poca energia, troppi campi elettromagnetici, pochi campi elettromagnetici, flussi e nodi, acqua e terra, niente e tutto. E non pensiamo di poter sorriderecon condiscendenza a tutto ciò, perché nella stessa situazione, sono certa, faremmo tutti la stessa cosa. E’ difficile accettare di morire, accettare di lasciare chi ami, che forse nemmeno capirà perché te ne sei andato. Così il cane Macchia diventa il simbolo di tutti coloro che si sentiranno traditi dalla morte di Pia.

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Viene anche il momento del rimpianto. Il rammarico di non aver fatto di più, vissuto di più, viaggiato di più, amato di più, sbagliato di più… e viene anche il giorno in cui Pia (a questo punto del libro mi sento di poterla chiamare per nome) non riesce più a camminare e, come uno spaventapasseri, è solo qualcosa da calzare, da vestire, da portare in bagno. Sta affogando e nessuno può lanciarle la ciambella. Non capisce Pia. Non capisce proprio. Ma è possibile, in qualche modo, capire la morte?

Un libro tenero, a tratti arrabbiato, un racconto vero, sincero e privo di infiocchettamenti che servono a farsi accettare tra i “normali”, perché a quel punto della fine della vita, non ti importa più di essere diverso.

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