Un viaggio in Giappone, prime riflessioni

Ho fatto un viaggio in Giappone punto. Si, potrei proprio finire così perché è veramente difficile parlare di emozioni che sono ancora a livello “di pancia” e non vogliono salire a livello di testa per essere elaborate. D’altra parte è un po’ come l’innamoramento: chi vorrebbe mai passare dalla fase di emozione e adrenalina del mi-piace-tutto-di-te a quella di chi-fa-la-spesa-cosa-mi metto-oggi-lasci-sempre-i-calzini-in-giro?
Eppure ad un certo punto bisogna farlo. Così mi sono detta «leggi il tuo quaderno che hai scritto fitto fitto quando eri là, magari riesci a ricavarne un senso logico, un filo conduttore». Invece niente, nel rileggere gli occhi mi si trasformano in cuoricini e la mente comincia a vagare innamorata… “Così non va. Prova a scrivere, magari le cose ti si mettono in fila”. Eccomi quindi qui, a provarci, partendo dall’inizio. Siate pazienti, quindi, se sarò un po’ confusa, a tratti…

Non è che avessi sempre sognato un viaggio in Giappone. Non era nemmeno nei miei “101 desideri” (chi non sa di cosa parlo, può dare un’occhiata a questo video). Come sempre è tutta una questione di comunicazione, anche con sè stessi. Qualche volta il desiderio ne contiene altri all’interno e, se si realizza, accadono cose che proprio non ti aspettavi. Così, quando ho chiesto al mare: «voglio una nuova storia da scrivere». Pum… ecco che mi arriva un’idea, personaggi, voci e… fiori di ciliegio giapponesi. Cosa c’entra, mi chiedo, e così comincio a sbirciare le foto dei ciliegi giapponesi su google. Una foto, poi un’altra, un’altra ancora… mi innamoro follemente dei panorami, degli occhi a mandorla, delle leggende e delle storie che ai fiori di ciliegio sono legate. Qui occorrerebbe usare l’espressione francese tomber amourese, che la dice tutta sul fatto di inciampare nell’amore, di perdere l’equilibrio davanti a qualcosa che ti si presenta all’improvviso e genera emozioni tali da stordire e da farti bramare di desiderio.

giappone-sakura

Così eccomi su un aereo della Emirates diretto ad Osaka a compilare un modulo d’ingresso. Alla voce motivo del viaggio ci sono i soliti business, tourism, visiting friends, eccetera, eccetera, sono incerta, non c’è la voce search, cercare. Penso: “ma cercare cosa?”.

All’arrivo la stanchezza prevale. I riflessi sono lenti ed offuscati e tutto appare come attraverso una tenda sottile, lo vedi, ma non sei certo che sia proprio in quel modo. Così le procedure di ingresso nel paese, gli sguardi, i sorrisi gentili, gli inchini appaiono irreali come in un cartone animato. Il giorno dopo, però, capisci che è tutto vero.

La prima tappa del viaggio è Kyoto. Antica capitale del Giappone dal 794 al 1868 e residenza dell’imperatore. Qualcuno dice che Kyoto sia una città senza tempo ed io sono d’accordo. Ogni angolo, ogni pietra, ogni tempio, ogni albero sembra raccontare storie passate ma anche future, perché qui il ciclo della vita è veramente un cerchio dove tutto prima o poi torna. Il primo messaggio che raccolgo, salendo sulla metropolitana, è “Don’t rush” (sarà l’opposto a Tokyo, ma ve lo racconterò un’altra volta). Secondo emeriti scienziati noi siamo colpiti da oltre diecimila messaggi al giorno che provengono da ogni parte, la maggior parte di questi non li notiamo nemmeno. “Se questo messaggio è arrivato fino a me, facendosi notare, una ragione ci sarà”, penso. Così cerco in primo luogo di assaporare con calma quello che vedo intorno. Facile a dirsi ma non a farsi. Superata la porta Karamon che dà accesso al Castello di Nijo, infatti, vengono subito meno i buoni propositi. Il luogo è di una bellezza straordinaria. Talmente grande che vien voglia di correre per riuscire a vedere tutto, i giardini, i palazzi. Mi affretto a cercare di fare più foto possibile come uno squalo che, sentito il profumo di sangue, azzanni, ad occhi chiusi, qualunque cosa si trovi nella zona. Poi vedo un giardiniere! Sta arrampicato su quell’albero contorto, elegantemente vestito di marrone, quasi per mimetizzarsi con la natura stessa dell’albero e, con una flemma ed una lentezza indicibile a parole, taglia dei ciuffetti da un albero maestoso, con delle piccole forbici. I gesti precisi, l’attenzione ad ogni mossa, gli occhi a mandorla socchiusi in una fessura per proteggerli dal sole, tutto sembra parte di una dimensione senza inizio né fine. Guardo attonita quella totale ricerca della perfezione estetica, che ai miei occhi di giardiniera di un giardino che ha per motto “vivi e lascia vivere”, appare totalmente incomprensibile. Eppure sento di dovermi fermare a riflettere… mi siedo in un angolo, tiro fuori il mio quaderno e lascio fluire le mie emozioni sulla carta. Solo più tardi scoprirò che il pino nero è un protagonista assoluto nei giardini giapponesi, venerato e protetto come un dio, simboleggia la forza, la resistenza e la tenacia e nella sua forma bonsai è il simbolo del guerriero samurai. Ma guarda! Gli altri due pini, rosso e bianco, sono invece simboli del femminile con la loro forma più sinuosa ed elegante. Comincio così a scoprire il profondo significato simbolico che i giapponesi tendono a dare ad ogni cosa, come se dietro ciò che si vede ci fosse sempre un’altra realtà, una verità diversa che dipende dal punto di vista dell’osservatore e con lui cangia andando in direzioni diverse, ciascuna valida e vera.

pino nero giapponese

Ma anche le altre piante vogliono attenzione e catturano con forme, colori o profumi che non si possono ignorare. Così riprendo il mio percorso cercando di soddisfare la voglia di portare tutta quella bellezza a casa attraverso le fotografie. Il giardino è il capolavoro dell’architetto Kobori Enshu che (anche lui) apparteneva ad una influente famiglia di samurai prima e di politici, artisti e poeti dopo. Oltre ad essere un paesaggista e un artista era anche un maestro della cerimonia del tè (ma di questo parleremo più dettagliatamente in un prossimo post, troppo importante e complessa è la materia per la cultura giapponese, per essere liquidata in due righe). Mentre vengo via mi rimane un’unica piccola delusione: i sakura, i fiori degli alberi di ciliegio, sono ancora in boccio. Rispettando il mio approccio occidentale agli eventi, comincio ad essere in ansia. Nei miei appunti di quel giorno, c’è scritto: “e se non riuscissi a vedere la fioritura, dopo che ho programmato il viaggio quasi esclusivamente per quella? Se avessi scelto le date sbagliate?”. Oggi mi viene quasi da sorridere al pensiero di come siamo capaci di rovinarci l’attimo di bellezza che stiamo vivendo solo preoccupandoci del passato (che ormai comunque non si cambia) o stando in ansia per il futuro (che non sappiamo cosa ci riserverà). I giapponesi questo, invece, lo hanno capito benissimo e lo manifestano in ogni cosa. Non passa nemmeno qualche ora, che un tempio pieno di bancarelle ci attrae con i profumi di cibo e vociare di genti e, dentro, meraviglia delle meraviglie, ci sono decine di ciliegi carichi di fiori. Ovviamente la mia felicità è al massimo. Perdo completamente l’interesse per il cibo e parto, ancora una volta in frenesia alimentare da sakura… ahahah (copio da wikipedia, per chi ancora non abbia sperimentato tale sensazione: La frenesia alimentare in ecologia ed etologia è una situazione in cui un’eccessiva abbondanza di cibo conduce a un’alimentazione rapida e incontrollata da parte di animali predatori. “Frenesia alimentare” può anche essere una metafora, usata in senso non biologico, per descrivere il coinvolgimento eccitato di un gruppo di persone su un particolare punto d’interesse). Sono inebriata dai colori che variano dal bianco accecante fino al rosa intenso e quasi scarlatto, con il naso rivolto all’insù, senza riuscire a distogliere gli occhi da quei rami penduli come se volessero baciare la terra. Gli alberi sono carichi di milioni di fiori, alcuni hanno solo cinque petali, altri decine e centinaia da sembrare piccoli crisantemi. Alcuni emanano una fragranza discreta ma sensuale, altri sono così sfacciatamente belli da non necessitare di profumo.

sakura

La testa gira, diventa un vortice di sensazioni e di emozioni portate da un fascio luminoso rosato che partendo dal cielo attraversa gli alberi ed arriva ad ogni particella del corpo unendo il tutto come in un’unica grande opera d’arte del creato. Non dovrei meravigliarmi di tutto ciò, in fondo ho sempre avuto un unico dio: la natura e tutte le sue incredibili manifestazioni di bellezza. Cammino per la strada, folgorata e come in trance, con i piedi staccati da terra e gli occhi ancora immersi negli alberi di ciliegio. Mi sveglia solo la mia frase davanti a Kinkaku-ji: «Oh, cavolo!». Beh, ecco, forse non è la frase più idonea a descrivere ciò che si sente davanti alla pagoda che si riflette con tutte le sue pagliuzze d’oro nel laghetto davanti a lui e, soprattutto, negli occhi di tutti i visitatori che si accalcano davanti alle fresche sponde per farsi una foto con uno degli indiscussi protagonisti di Kyoto. Il Kinkaku-ji o padiglione d’oro è un antico tempio zen (per la verità totalmente bruciato da un fanatico monaco che poi tentò il suicidio, evento raccontato da Yukio Mishima nel suo romanzo, quello che si vede oggi è una fedele ricostruzione della struttura fatta nel 1955) e, insieme agli altri monumenti di Kyoto, patrimonio dell’UNESCO. Intorno alla pagoda, ancora una volta, uno splendido giardino con pini neri, ciliegi e centinaia di altre piante. Anche qui occorrerebbe fermarsi ad ascoltare, ma la fiumana di gente e la giornata che volge al termine me lo impediscono. E’ necessario andare oltre…

I templi si susseguono, gli scenari incantati anche. Bastano pochi giorni perché i ciliegi si siano ormai coperti tutti di milioni di fiori che, come neve, rendono bianco-rosato ogni paesaggio, ogni scorcio ogni fotografia. Non si tratta di un’immagine o di un luogo, ma di ogni angolo, di ogni strada, di ogni casa, di ogni tempio, di ogni palazzo. Ovunque c’è almeno un ciliegio in fiore. E sotto, come farfalle leggiadre, ragazze vestite di kimoni variopinti sorridono timidamente ammiccanti agli amici, ai turisti e alla fotocamera dei loro selfie. E’ tutta una giostra, un carosello di rituali e di sguardi, di giochi e di colori che si mischia ad una vanità tanto effimera quanto il fiore stesso, quanto la vita stessa… In fondo la fioritura è anche un’occasione per far festa, per stare con gli amici, per fare i pic-nic all’aria aperta, per vestire i kimono – che altrimenti non si farebbe mai-, per ringraziare di esserci ancora una volta, ancora un altro anno… Alcuni giapponesi si fermano sotto i fiori, stanno in piedi o siedono su teli di plastica azzurra e guardano verso l’alto rapiti. I fiori, avvinghiati ai lunghi rami pendenti, piroettano sospinti dalla leggera brezza come miriadi di ballerine in tutù. Consapevoli del fatto che dureranno poco, pochissimo, prima che un vento più forte li porti via ballano ancora più intensamente.

ragazza in kimono 2

I sakura in Giappone sono il simbolo dell’effimero, della bellezza della vita e della sua caducità. I giapponesi festeggiano la bellezza effimera del fiore con l’hanami, che letteralmente significa osservare i fiori ma che si usa solo per i fiori di ciliegio. Questa tradizione, cominciata già in epoca Heian (794-1185), non si è mai interrotta. Ma il fiore di ciliegio ha un significato ben più profondo della semplice osservazione dello scorrere della vita ed ha a che fare con l’ideale estetico del mono no aware (leggi di più). Anche io voglio provare! Mi siedo sotto un albero dai grandi fiori rosa a cinque petali che, a me, sembra diverso dagli altri. Una ragazza adolescente è impegnata nella stessa attività, così le chiedo in inglese, se anche quello è un ciliegio. Mi risponde nel suo inglese stentato ma comprensibile, che sì, si tratta di un ciliegio. A quel punto interviene una vecchia che se ne era stata a lungo, in silenzio, ad ammirare i fiori, seduta accanto a me. Dice qualcosa alla ragazza e lei si scusa con me, mortificata per avermi detto che si trattava di un ciliegio quando, invece è un mandorlo. Ringrazio, con un sorriso. Ma la vecchia non sembra soddisfatta e prende a parlare con me in giapponese, facendomi notare gli ideogrammi scritti sotto l’albero in questione. Io annuisco, senza capirci niente, ma lei, non contenta, mi fa ripetere le parole che dice, sorridendo comprensiva della mia innaturale pronuncia. Insomma la conversazione va avanti per un po’ fino a quando non riesco a dimostrarle, che ho capito: l’albero è un mandorlo ancora indietro nella fioritura e darà il meglio di sé solo più avanti. Che gente speciale, questi giapponesi. Nessuno da noi, si sarebbe mai sognato di perdere tanto tempo con una turista “ignorante” per riuscire a spiegarle una cosa all’apparenza così scontata. Rimango incantata da quella donna, dal suo sorriso, dalla sua gentilezza e scrivo il primo haiku della mia vita, per lei.

Arashiyama

Anche nel tempio di Tenryi-ji sono i ciliegi a dominare in questa stagione. Molti turisti entrano nel tempio solo per dare un’occhiata ma difficilmente si esce senza aver ricevuto qualcosa in quel silenzio che avvolge il tempio ed il suo giardino come una nuvola. Dal tempio si accede alla foresta di bamboo di Arashyiama. Nonostante la moltitudine di persone, sembra che, qui, ogni cosa rallenti, che assuma una dimensione diversa, che si trovi altrove. Il suono del vento passa attraverso le canne che suonano come fossero un organo creato apposta dalla natura. Le ombre rincorrono la luce del sole, che filtra tra le foglie, e in esse si scompone creando ombre cinesi, spiriti della foresta o anime in cerca di pace. Non serve razionalizzare, non serve riflettere basta vuotare la mente per ricongiungersi con sé stessi, con il bello che è dentro ciascuno di noi. Piano piano, quel primo messaggio “don’t rush” sta prendendo corpo, sembra anche lui uno dei tanti spiriti e spiritelli che sono dentro ogni cosa, persino nelle pietre e che escono fuori ogni volta che piove o che ne sentono il bisogno. Il termine giapponese per natura è shizen, che vuol dire letteralmente “essere come si è da sé stessi” e significa che la natura si autoproduce, senza bisogno di nessun aiuto e di nessun dio esterno ad essa. In Giappone lo Shinto insegna che la natura è spirito, nella sua interezza: i kami (gli spiriti) sono le forze e le manifestazioni della natura che vivono dentro ogni cosa e che bisogna ingraziarsi per farseli alleati nelle varie prove che l’uomo deve affrontare nella sua vita. Quando i kami si arrabbiano sono dolori (terremoti, tempeste, alluvioni, malattie) e allora occorre farsi perdonare per ritrovare l’equilibrio. Nello shintoismo la natura è animata: monti, fiumi, alberi non sono inerti ma hanno un’anima: il kami che vi risiede. Gli spiriti hanno, spesso, un carattere dispettoso, misterioso e sfuggente e, insomma, sembrano un po’ umani pure loro (almeno a noi occidentali). Essere shintoisti significa essere in armonia con la natura e con i kami. L’uomo può entrare in contatto con l’assoluto attraverso un processo intuitivo ed emozionale, quando riesce a fare silenzio dentro di sé e si è lasciato assorbire dal fascino della natura. Allora tutto è possibile, anche che un giorno un uomo diventi un kami, se riesce a fondersi ed unirsi con la natura. La concezione religiosa qui è orizzontale, non vi è un essere supremo a cui tendere, piuttosto la possibilità per tutti di ascendere alla condizione di dio, di spirito. Così sentire un albero, un fiume, una pietra, il mare, ringraziarlo e rendergli omaggio fa parte della religiosità ancestrale dei giapponesi.

E’ quando scende la notte, però, che la magia vera ha inizio. I bordi si perdono nel buio, i confini del tempo svaniscono. Ti lasci portare dai riflessi delle luci sui sakura e dello spirito nel corpo. Puoi fluttuare in un mondo in cui tutto è possibile. I pensieri possono diventare realtà, i simboli diventano parola, i desideri diventano suoni, ora o in altre vite… Nelle strade può passeggiare una geisha, il cui destino è legato a quello di una terra che cambia ma non vorrebbe farlo. Che sia questo il momento migliore per ammirare Kyoto e i sakura, quando competono con la luna e con le stelle per splendore e bellezza? Un maestro zen risponderebbe che il momento migliore è quando il cuore è pronto a coglierne la bellezza…

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Ed è bellezza, pura e unica bellezza, senza ragioni, senza spiegazioni quella che si incontra nel sentiero del filosofo. Mentre cammino lentamente, un passo dietro l’altro cercando la massima consapevolezza, la massima gioia di quel momento, mi rendo conto di quanto è incredibilmente bello il nostro pianeta. Una breve ricerca mi fa scoprire che il sentiero si chiama così perché proprio qui passeggiava Nishida Kitaro, il più importante filosofo giapponese. Profondo conoscitore della filosofia occidentale, Kitaro teorizzò “la logica del luogo” come  «identità assolutamente contraddittoria» che unisce e avvince «l’uno e i molti» mettendo insieme i concetti zen ad altri provenienti dall’occidente. Uno e tutto, vuoto e pieno… tutto e l’esatto contrario di tutto. Kitaro terminò la sua opera più importante nel 1945, subito prima di morire. Pochi mesi più tardi la più folle bomba creata dall’uomo avrebbe raggiunto il Giappone.

kyoto

 

Non era possibile riunire tutte le emozioni vissute in questo viaggio in un unico post, quindi se avrete pazienza presto ci saranno altri articoli:

Kanazawa, i samurai ed i sakura

Tokyo, un altro mondo

I sakura e il concetto di mono no aware

I giardini e la filosofia zen

La cerimonia del tè

6 pensieri riguardo “Un viaggio in Giappone, prime riflessioni

    • 27 aprile 2017 in 12:20
      Permalink

      Grazie, Angela.

      Risposta
  • 29 aprile 2017 in 1:27
    Permalink

    Complimenti. Vorrei dire semplicemente “molto bello” ma sarebbe una espressione da vietare (come diceva la mia insegnante di disegno). “Molto bello” sarebbe riduttivo.
    Sei riuscita a cogliere molte sfaccettature alcune delle quali non avevo prestato attenzione li in Giappone ma ora leggendo mi sembrano invece importanti e meritevoli di attenzione. Il tutto espresso poi in maniera fresca e simpatica.
    Complimenti ancora!

    Risposta
    • 2 maggio 2017 in 8:50
      Permalink

      Grazie di cuore, Angelo. E quando si riesce a condividere le emozioni con nuovi amici appassionati, tutto assume un significato ancora più forte…

      Risposta
  • Pingback: Kanazawa e i samurai – Donatella Moica

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