Non lasciarmi, un libro di Kazuo Ishiguro

Mi chiamo Kathy H. Ho trentun anni, e da più di undici sono un’assistente”.

Comincia così il libro di Kazuo Ishiguro, Non lasciarmi. L’ho finito da due giorni ma non riesco a distogliere il pensiero da quel libro. Così, come faccio sempre quando qualcosa occupa tutta la mia mente al punto da ossessionarmi, ho deciso di scriverne. Scrivere senza la pretesa di fare una vera recensione ma piuttosto scrivere per capire meglio, per prendere le distanze, per salvarsi o condannarsi definitivamente.

Kathy H. non ha un vero cognome ma solo un’iniziale puntata. Fin qui niente di strano, se non che anche i suoi amici non hanno un vero cognome e neanche una vera famiglia o una vera casa. Kathy è cresciuta in un posto che si chiama Hailsham, un posto molto bello in mezzo alla campagna inglese. Un luogo idilliaco, quasi da favola. I bambini di Hailsham sono affidati ai tutori che se ne occupano e insegnano loro la vita. Il primo tema secondo me è proprio questa bolla in cui si svolge l’infanzia la maggior parte delle volte, perché bisogna dirlo non è per tutti così. Comunque in questo romanzo l’infanzia dei tre protagonisti e di tutti i loro amici è avvolta in una sorta di nuvola rosa in cui i tutori filtrano le informazioni “reali” costruendo piano piano dei meccanismi di autodifesa che serviranno quando i tre, e tutti gli altri, usciranno da lì per affrontare il mondo reale. Qualche tutore non è proprio d’accordo su questo sistema e allora prova a far capire loro che le cose non stanno davvero così, che i ragazzi sono diversi dai tutori e anche da tutte le altre persone normali. Ma le cose spiacevoli e complicate non piacciono a nessuno, è molto meglio proteggersi dietro storie, auto-inganni, favole, così i ragazzi ascoltano ma cercano di non capire davvero.

Ishiguro è molto bravo a rivelarci le cose gradualmente, così come fanno i tutori di Hailsham. Ciò che ci dice lo avevamo intuito un attimo prima, quindi non ci sconvolge più di tanto ma ci lascia sempre il dubbio di non aver capito completamente, come se ciò che ci sta rivelando sia troppo forte per essere vero.

I tutori di Hailsham hanno il compito di preparare i ragazzi a quello che verrà dopo, alla loro vita di donatori, allo scopo per cui sono stati clonati da un “possibile” di cui fantasticano. Alcuni di loro, i più stabili probabilmente, avranno un ruolo di assistenti così da rendere le donazioni più facili e mediare con medici e infermieri, ma forse anche di consolare e accompagnare in quel percorso. E il lavoro dei tutori è fatto molto bene, perché non c’è mai disperazione, ribellione o depressione ma piuttosto un’accettazione di ciò che deve essere e non sarà comunque cambiato. Perché le donazioni funzionino ci deve essere collaborazione nei donatori e quindi la creazione di individui sani, rispettosi del loro corpo, che non fumino o si ammalino è indispensabile per garantire il “prodotto” in vendita. E loro, i donatori, si attaccano a piccole favole per esempio credono che le donazioni possano essere posticipate se dimostreranno di essere innamorati davvero. Ah, l’amore… quando ci attacchiamo ad esso per sopravvivere. In qualunque situazione, in qualunque tragedia, vorremmo che l’amore ci salvasse…

Hailsham è un luogo privilegiato, diverso da tutti gli altri in cui crescono i donatori. Gli studenti sono incoraggiati a studiare, dipingere, creare, scrivere. E periodicamente arriva Madame, seria e impettita che si porta via i loro disegni migliori. Gli studenti non sanno perché, ma fantasticano e Tommy a un certo punto se ne esce con la teoria che questo debba servire a dimostrare, quando verrà il momento, se sono davvero innamorati, se la loro anima è sincera. La loro anima, appunto… Piccole cose che servono ad alimentare speranze di vita o di un minimo cambiamento. Tommy era un bambino irrequieto, si arrabbiava, non si è dedicato molto all’arte e cerca di recuperare da adulto, quando capisce che invece era importante, ma certe cose non si recuperano più. Qualunque cosa si faccia non si può tornare indietro.

Un altro tema è certamente l’amicizia, i rapporti tra adolescenti, a volte conflittuali, altre crudeli, ma comunque indispensabili per crescere, per capire la vita. Senza gli altri non siamo nessuno. Esistiamo in quanto esseri sociali, in quanto ci rapportiamo, crediamo, imitiamo e conviviamo in modo più o meno pacifico. Kathy e Ruth che sono amiche intime hanno comunque dei conflitti, sono diverse, a volte non si capiscono, si allontanano per poi riavvicinarsi anni dopo. E Kathy è quella più stabile, quella che nel suo modo di razionalizzare e accettare la situazione che non si può cambiare, ha il rinvio più lungo. Si attacca anche lei a piccole cose, come la voglia di avere un po’ più di tempo per se quando finirà il suo lavoro come assistente e magari riprendere a scrivere il saggio che le avevano affidato a Hilsham. Ma si rende conto che è inutile e non servirà a cambiare il suo destino. Kathy, come tutti gli altri, non può fare niente. Ci sarà la fine del ciclo, ci sarà la fine, ci sarà qualcosa di ancora più tremendo quando le donazioni non saranno più consapevoli e moderate e i loro corpi saranno usati fino all’estremo.

E’ un libro distopico. Un romanzo in cui la scienza ha trovato i pezzi di ricambio con cui curare le malattie. Una storia in cui i protagonisti non hanno via d’uscita e, talvolta, preferiscono accelerare il processo piuttosto che rallentarlo, come avveniva nei campi di concentramento o in altre situazioni più o meno tragiche. E’ un libro sulla vita e sulla morte, su quanto, a volte, perdiamo le occasioni, su quanto non ci rendiamo conto che tutto ha comunque una fine, su quanto la vita è breve e va vissuta senza indugio. E sul fatto che non sarà possibile andare nel Norfolk per ritrovare tutte le cose che abbiamo perso. L’unica cosa da fare e cercare di trattenere la memoria di ciò che è stato il più a lungo possibile.

 

“Pensavo ai rifiuti, alla plastica che sventolava tra i rami, alla linea di strane cose intrappolate lungo il reticolato, e allora chiusi quasi gli occhi e immaginai che quello fosse il punto dove tutto ciò che avevo perduto dagli anni dell’infanzia era stato gettato a riva; adesso mi trovavo lì, e se avessi aspettato abbastanza, una minuscola figura sarebbe apparsa all’orizzonte in fondo al campo, e a poco a poco sarebbe diventata più grande, finché non mi fossi resa conto che era Tommy, e lui mi avrebbe fatto un cenno di saluto con la mano, forse mi avrebbe chiamata. La fantasia non andò mai al di là di questa immagine – non glielo permisi – e sebbene le lacrime mi rotolassero lungo le guance, non singhiozzavo né mi sentivo disperata.”

2 pensieri riguardo “Non lasciarmi, un libro di Kazuo Ishiguro

  • 21 febbraio 2018 in 20:43
    Permalink

    Interessante Dona, lo leggerò! Grazie. Catia

    Risposta
  • 22 febbraio 2018 in 11:28
    Permalink

    Grazie a te, Catia. Ishiguro ci ha offerto molti spunti di riflessione in questo libro…

    Risposta

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