Il primo viaggio della vita

C’è sempre un viaggio che si può definire “il primo”. Il primo in cui veramente si ha la certezza di cercare qualcosa e di non andare alla deriva, a caso…

Ho scritto questo racconto anni fa, ma ho avuto il coraggio di pubblicarlo solo di recente. Ve lo propongo, in attesa di un vostro parere.

 

Il primo viaggio della vita

I gelsomini fragranti riempivano l’aria della sera mischiandosi a sentori di vaniglia e di mare. Non era nemmeno sicura che fossero gelsomini, non riusciva a vedere i fiori da nessuna parte. Eppure le sembrava che ci fossero. L’avevano avvisata che le terapie avrebbero reso l’olfatto molto più sensibile e molti odori prima graditi, forse, sarebbero divenuti insopportabili. Ma non erano quelli ad essere insopportabili… anzi i profumi che si spargevano nell’aria rendendo tutto saturo creavano una sorta di equilibrio gommoso che le impediva di scivolare, di lasciarsi andare nel baratro. Nel pieno è più difficile cadere e lei vi si ancorava. Ma era un ancoraggio traballante come quello della barca, in rada, con il mare in tempesta. Si sentiva sballottata un po’ di qua e un po’ di là nonostante, quel giorno, il mare fosse piatto, calmo come un grande lago senza sponde e senza confini. Il cielo era stato tinteggiato di viola e di oro, come in un quadro di un pittore che amava i colori. C’era anche qualche nuvola spessa e grassa, che stonava con tutta quella bellezza. Ma forse non erano quelle a stonare, era lei che stonava. Lei che non si riconosceva, lei gonfiata dal cortisone, lei senza capelli, lei avvolta in un lungo caftano per non far colpire la pelle dal sole, lei… lei che non si sentiva più lei.

Quando era ragazza aveva letto un libro Harmony di sua madre in cui un affascinante miliardario catturava il cuore della ragazza bella e squattrinata che puliva la sua camera d’albergo, e se la portava su un jet privato alle Seychelles. In una spiaggia bianca protetta da rocce nere di granito, la faceva sua fino a farla impazzire di piacere. Aveva solo quattordici anni e non se lo era più scordato quel libro. Nella sua testa le Seychelles erano diventate un luogo mitologico e idealizzato. A tutti diceva che sarebbe stato il luogo del suo viaggio di nozze e che non si sarebbe sposata se il marito – futuro – non glielo avesse garantito. Beh, era giovane allora e, a pensarci ora, le veniva ancora da sorridere affettuosamente a quell’adolescente sognatrice che era stata.

Quando si era sposata, invece, aveva già il pancione e pochissimi soldi per poter anche solo immaginare di proporre un viaggio del genere. Per la verità non ci fu nessun viaggio di nozze, nessun principe, nessuna spiaggia e nemmeno una folle passione. Aveva diciotto anni ed era imbranata e timorosa e… non si ricordava neanche se le era piaciuto. Ma era piaciuto al suo ovulo troppo fecondo, evidentemente, perché si era pappato lo spermatozoo e l’aveva trasformato in una bambina, nove mesi più tardi.

La spiaggia ora era completamente dorata e il sole basso, quasi sopra il mare. Due uccellini si erano posati accanto a lei cercando del cibo, forse. Avevano il corpo quasi completamente rosso, gli occhi scuri e le ali spennellate di nero. Rimase a guardarli a bocca aperta, ferma, per paura di spaventarli. Le sarebbe piaciuto avere qualcosa da offrire loro. Ma non aveva niente. Anche lei, come loro, era alla ricerca di qualcuno che le offrisse qualcosa. Fischiettavano e il loro canto si mischiava al suono della risacca. Tutto il resto era silenzio. Un silenzio senza aspettativa, senza futuro, silenzio e basta.

Era stata seduta tutto il pomeriggio su quella sdraio, all’ombra del grande albero da cui pendevano grappoli di fiori rosati, come dei glicini. Sarebbe dovuta rientrare per cena, ma non aveva fame. Aveva paura che muovendosi si sarebbe svegliata a casa sua o, ancora peggio, in ospedale.

Non si era mai accorta di niente. Cioè non proprio di niente. Era come una nocciolina. Sì, una sorta di pallina, niente di più. L’aveva cominciata a sentire da adolescente e pur avendolo fatto presente al suo medico, a sua madre e a sua sorella, nessuno l’aveva mai presa sul serio. Così lei si era abituata alla pallina come ad una parte di lei. Era così intrinseco il loro rapporto che anche la pallina era cresciuta con lei, condividendo gioie e dolori della sua vita. Quando la sua bambina cresceva nella pancia facendola diventare una specie di tacchino spelacchiato, anche la nocciolina si era ingrossata con lei, per solidarietà. E quando, invece, lui l’aveva lasciata per un’altra e lei per mesi non era quasi riuscita a toccare cibo acquisendo la consistenza dell’uomo invisibile, anche la pallina si era rattrappita, quasi nascondendosi per non disturbare. Poi insieme a lei e alla sua bambina aveva ripreso a crescere. Si era sempre vergognata del suo corpo. Secca, lunga come un chiodo, con i capelli rossi come una carota e le lentiggini. Niente tette, niente culo, nessuna caratteristica degna di nota. Era passata da un’adolescenza acerba all’età adulta senza passare dal via, come nel Monopoli. La gravidanza precoce l’aveva messa davanti a responsabilità che mai si sarebbe immaginata e la sua vita era stata molto meno romantica di quei libri che leggeva da ragazzina. Nessun ranocchio che si trasformava in principe, nessun miliardario che la salvava dal suo lavoro monotono in un ufficio postale con un capo viscido e colleghi infelici. Eppure aveva continuato a sperarci sempre che, prima o poi, le cose sarebbero cambiate. Ma non faceva niente perché accadesse veramente. Ogni volta che un aereo passava sopra la sua testa si immaginava di esserci sopra, senza nemmeno sapere dove andasse. Gli anni erano scanditi dalle stagioni che si alternavano davanti alla postazione del suo piccolo ufficio di periferia e dai successi scolastici di sua figlia.

Si era laureata il giorno in cui lei aveva compiuto quarantaquattro anni ed aveva già un lavoro che la aspettava lontano da lei. Lo aveva considerato il più bel regalo che potesse farle: la laurea, una carriera, un futuro a portata di mano senza attendere qualcuno che te lo offra. Si era rilassata, dopo la sua partenza. Poteva contare in una parte del suo stipendio che prima dedicava alla figlia e pensare un po’ a sé stessa. Forse era ancora in tempo per trovare un nuovo amore. Si iscrisse in palestra, provò a dimagrire, progettò un viaggio in Grecia.

Ormai era venuta la notte. In cielo c’erano le stelle. Si vedeva la Croce del Sud ed altre costellazioni che non sapeva riconoscere. Raccolse il libro che non aveva aperto, la borsa e l’asciugamano e si incamminò verso la sua guest house. Aveva una camera piccola in una casa in stile coloniale, posta in una strada secondaria rispetto al mare. Sembrava di essere tornati indietro nel tempo in quel luogo. Una ragazza creola le aveva servito una cena a base di verdure miste e un’insalata di pesce affumicato di cui non aveva capito il nome. Aveva apparecchiato nel minuscolo balconcino, reso ancora più piccolo da una invadente buganvillea fucsia che si era appropriata di una parte di esso, crescendo rigogliosa al riparo del troppo sole. La ragazza disse in un misto di francese-inglese-italiano che alla padrona dispiaceva tagliare una pianta così intelligente e determinata. Lei non sapeva se era d’accordo con quella esuberante ragazza, sicuramente sapeva che il suo spazio era stato ridotto da una pianta che non stava al suo posto. Mentre sistemava le pietanze, le aveva indicato il centro dell’isola dove c’era la Vallee de Mai, il paradiso dell’Eden perduto, aveva detto. Poi aveva aggiunto che lì c’erano moltissime palme di Coco de Mer. Non era difficile distinguere la pianta femmina dal grande frutto tondeggiante come sedere di una fanciulla e quella maschile dal grande frutto fallico. Aveva sghignazzato maliziosa nel vedere la sua faccia imbarazzata. Si divertiva a raccontarle tutte queste cose e si sforzava di farle capire quello che diceva. Forse le faceva pena o, forse, faceva così con tutti.

Dopo cena aveva deciso di tornare in spiaggia per sentire le onde del mare cantare alla luna. La ragazza chiese se andava tutto bene in camera, lei si sforzò di spiegarle che non riusciva a vedere le stelle. La ragazza aveva sorriso comprensiva e le aveva dato il numero del suo cellulare, nel caso avesse avuto bisogno di aiuto. Ora era certa di farle pena.

Camminava a piedi nudi nell’acqua, lasciando che il caftano a fiori si bagnasse. Li aveva comprati tutti di tessuti leggeri e colorati per sdrammatizzare il fatto che non avrebbe potuto indossare un costume da bagno, nonostante la palestra e i sacrifici alimentari le avessero ridato un fisico accettabile prima dell’inizio delle cure. Ma ci era arrivata troppo tardi. Aveva anche ricominciato a mettere vestiti alla moda, lingerie e biancheria sexy. Proprio uno di quei reggiseni imbottiti e con i ferretti le aveva rivelato che la nocciolina si era trasformata in qualcosa di molto meno amichevole di quello che lei pensava. Oh, all’inizio era sicuramente solo una parte più creativa di lei, ma dopo, forse sentendosi trascurata e non considerata, si era arrabbiata. La rabbia e l’odio avvelenano l’anima, più del dolore, e avevano avvelenato anche quella cosa.

Il medico le aveva detto che era necessario fare una mammografia e capire la natura della nocciolina che, nel frattempo, si era anche riprodotta creandone altre più piccole. Disse che con molta probabilità non era nulla, “ma sa, la sua età!”. Lei non si era mai resa conto di essere invecchiata. Certo, sua figlia era cresciuta, ma lei non aveva mai vissuto se non con la mente, fantasticando sui libri che leggeva, come quando era adolescente. Dove erano finiti gli anni che avrebbe dovuto avere e che le appartenevano? Qualcuno, volendo farle uno scherzo, se li era forse portati via senza che se n’accorgesse?

Le fecero la mammografia e poi un’ecografia e poi un ago aspirato e poi…  e poi la diagnosi. La diagnosi erano parole sconosciute e incomprensibili che nascondevano altri significati ancora più incomprensibili: carcinoma mammario infiltrante di stadio IIIA. Non aveva capito quasi niente di quello che c’era scritto e delle parole del medico senologo che era seduto al di là della scrivania. Si chiedeva se fosse così per tutti. Se tutti coloro, colti da una notizia del genere, venissero presi da una sorta di sbigottimento che li lasciava scioccati e incapaci di capire. A dire il vero qualcosa te la facevano capire quasi subito, sbattendotela in faccia, visto che l’attesa era impensabile in quelle situazioni. A lei, che aveva aspettato tutta la vita il futuro, invece sembrava di aver bisogno di un po’ di attesa, di un pochino di presente in più. Invece si erano impossessati di lei. Intervento immediato, asportazione di entrambi i seni, chemioterapia, radioterapia e poi… vediamo.

Il giorno dell’intervento era riuscita solo a pensare che almeno era riuscita a pagare gli studi a sua figlia e si era augurata che riuscisse a godere dei suoi giorni più di quanto aveva fatto lei. Ora sapeva che ognuno nasce con un carnet di giorni a disposizione ed ogni giorno ne stacca uno, sia che quel giorno sia stato felice, sia che sia stato pieno di solitudine e tristezza. Ogni giorno un foglietto vola via nel vento e non fa più ritorno. Non aveva il coraggio di chiedersi quanti fogli le fossero rimasti.

Era tornata in camera sua ma non riusciva a dormire. In lontananza sentiva una donna ridere e della musica. L’aria era densa di sentori dolci di spezie e cannella. Il giorno dopo sarebbe andata a La Digue, a vedere la spiaggia più bella del mondo.

La ragazza bussò alla porta puntuale con un grosso vassoio pieno di frutta tagliata a pezzi grossolani, uova e pane tostato. Lei non poteva mangiare le uova e la ragazza si offrì di portare del bacon o pesce affumicato. Ma lei aveva sorriso dicendo che la frutta era più che sufficiente. Adorava le uova, ma facevano parte delle cose a cui doveva rinunciare. Anche lei c’era rimasta male quando le avevano suggerito la nuova dieta, ma c’era rimasta ancora più male quando le avevano detto, dopo l’intervento, che il percorso non sarebbe finito lì: altro intervento, anestesia, aghi, flebo, poltrone reclinabili, stanze bianche, silenzio, parrucca che ti rimborsa lo Stato, ma solo se compili i moduli giusti, rigetto, nausea, vomito, dolore, paura, voglia di vivere… voglia di sognare ancora.

Il reparto sembrava un manicomio. Tutti legati con tubicini sottili che entravano attraverso un ago nelle vene e facevano scendere un liquido che non vedevi, protetto da fogli di alluminio spessi e argentati. Le infermiere erano gentili e sorridenti, chiedevano, si preoccupavano, incoraggiavano le speranze… Qualcuno era attaccato a quei tubi da molto tempo e ne parlava ormai come di una cosa normale, altri si sentivano ogni giorno più spenti e senza vita. Lei era ancora incredula. Si vergognava ad ammettere di non essersi mai sentita più donna di quel momento in cui tutto faceva pensare che non lo fosse. Gli occhi fuori dalle orbite, i tessuti gonfi, l’incarnato pallido e ceruleo, i chili ripresi, il seno inguardabile, i capelli persi tutti sul cuscino in una mattina d’agosto… Si perde tutto a confrontarsi con qualcosa che ti cresce dentro beffandosi dei tuoi sogni, non solo i capelli.

Una mattina dopo la chemioterapia, all’uscita dall’ospedale, aveva sentito il profumo dei gelsomini forte, così forte da non poterlo ignorare. Si era guardata intorno, ma non li vedeva da nessuna parte. Davanti alla fermata dell’autobus c’era un’agenzia di viaggio e, in vetrina, una foto gigante di Source d’Argent incorniciata da un bel gelsomino fiorito. Riconobbe la spiaggia dei suoi sogni da adolescente, quella del viaggio di nozze che non aveva mai fatto. Sulla foto c’erano queste parole: “Si viaggia per scoprirsi, si viaggia per conoscersi, si viaggia per vivere”.

Era entrata e aveva prenotato il primo viaggio della sua vita…

 

3 pensieri riguardo “Il primo viaggio della vita

  • 8 giugno 2017 in 11:03
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    Talvolta le scoperte non rimangono sole.
    Scoprire diventa scoprirsi. E vedere le cose da una nuova prospettiva che ti illumina la Vita.
    E “Lei che non si sentiva più Lei”, che “non aveva niente”, che “si era sempre vergognata del suo corpo”, che “non riusciva a vedere le stelle”, è costretta dalla scoperta della malattia a scoprire anche sé stessa.
    Ed è una meravigliosa scoperta.
    “A lei che aveva aspettato tutta la vita il futuro” scopre che la Vita è adesso. Ora.
    E riscopre con una consapevolezza diversa la “voglia di vivere…voglia di sognare ancora”.
    “si viaggia per scoprirsi, si viaggia per conoscersi, si viaggia per vivere”. Anche restando nel medesimo luogo.

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  • 9 giugno 2017 in 10:35
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    Caro Gabbiano. Quando si inizia il processo di scoperta interiore accadono cose che uno nemmeno può lontanamente immaginare, prima. Cambia il punto di osservazione con cui si guarda il mondo, cambiano i profumi, cambia il colore di ogni tramonto, cambia il colore del mare… ed il viaggio non è detto che richieda di spostarsi, ma è necessaria una valigia in cui mettere solo ciò che vuoi portarti dietro.

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  • 25 marzo 2018 in 19:42
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    Ho letto un meraviglioso libro di terzani, in cui diceva che la malattia lo ha reso un uomo libero. Penso che avesse ragione, penso pero che sia fottutamente difficile farlo quando tutto fila liscio, quando il tuo lavoretto da otto ore, la spesa al supermercato o i compiti dei tuoi figli assorbono tutto.. poi arriva la malattia, la guerra o un matto amore e allora riprendi dal cassetto quel carnet e te ne fotti di quanti voucher vi siano, ma sai che ad ogni strappo, sarà esattamente lo strappo che volevi fare.
    Questo racconto è meraviglioso. Complimenti.

    Risposta

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